Santa Maria di Leuca (Castrignano del Capo) – La violenza domestica è da tempo un’emergenza e il Capo di Leuca non è quell’isola felice veicolata dal modello de “lu sule, lu mare e lu ientu”. Il Salento è anche violento. A questo spinoso problema è dedicata la serata di sabato 21 luglio a Santa Maria di Leuca. Un incontro di riflessione e confronto a partire dai potenti stimoli dell’ultimo libro dell’antropologo e scrittore Federico Bonadonna: “Hostia. L’innocenza del male”.

Ormai non passa giorno che non si senta parlare di violenza e abusi, quasi sempre sui più deboli (bambini, donne, anziani) e quasi sempre proprio in quegli spazi che per definizione dovrebbero rappresentare i luoghi in cui trovare riparo e protezione. Ciò dovrebbe portare tutti a riflettere su una possibile nuova visione politica, sociale e culturale delle strategie da attuare. Una sfida che richiede un cambio di rotta dei nostri modelli culturali, delle rappresentazioni, linguaggi, abitudini, del modo di stare nel mondo e relazionarsi. In un contesto ancora fortemente maschilista e discriminatore, che oltre a far male ai più deboli fa anche male a tutta la società, considerare la violenza come un fatto non normale, non socialmente accettabile, non più come un momento privato in cui è sempre meglio “non mettere il dito”, sarà il filo conduttore della serata.

“Hostia” è un testo complesso che accompagna il lettore nell’intimo di una storia di abusi, evitando però di cadere nella tentazione di giudicare, missione sempre più difficile soprattutto quando la violenza è compiuta sui minori. Partendo dalla storia di Emma, una bambina di sette anni vittima di abusi, il giovane Martino, psicologo del servizio sociale del litorale ostiense, scenderà sino all’inferno per salvare la piccola e scoprire cosa nasconde il suo comportamento e, soprattutto, per far luce sul perchè una potente politica impedisce che la minore sia data in affidamento. Per farlo dovrà intraprendere anche lui un viaggio nel suo passato, che riporterà alla memoria un abuso mai rivelato. In apparenza sembrerebbero due situazioni incomparabili. Due storie appartenenti a vissuti e ambienti sociali diversi.

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Invece la violenza materiale, figlia del disagio sociale, in cui è cresciuta Emma procede appaiata con quella psicologica ed emotiva, propria di ambienti colti e meno disagiati, di cui è stato vittima Martino. L’abilità di Bonadonna è stata quella di raccontare una storia durissima con la competenza di chi, con l’esperienza maturata negli anni, non parla a casaccio. Attraverso una narrazione complessa ma leggera, scevra dai cedimenti agli orrori e da giudizi, rimette un’immagine umana dei carnefici. Anche dietro i carnefici si nascondono vittime a loro volta quasi sempre abusate, che devono misurarsi per tutta la vita con quelle ferite profonde. Qualcuno ce la fa, qualcuno, come i genitori di Emma, soccombe. Qualcuno resta a metà. Perchè? Come una storia di disperazione può trasformarsi in veicolo di speranza?

(di Giovanni Monteduro, sociologo)

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