“Simu salentini” ha radici anche per i patroni e le loro magnifiche feste

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Se la salentinità, come dice il professore Mario Marti, è “soprattutto un sentimento individuale e soggettivo, una condizione psicologica e intellettuale, in sostanza un privilegiato e totale rapporto d’amore nei confronti di tutti gli aspetti, le condizioni, le manifestazioni del Salento da parte di chi nel Salento riconosca e senta la propria piccola patria”, non c’è alcun dubbio che il rapporto dei salentini con i santi patroni a difesa dei loro paesi è un  sentimento fortissimo che non conosce distanze né spaziali né temporali. Vecchie e nuove generazioni, infatti, si riconoscono nelle feste patronali nella cui preparazione vengono impiegate risorse ed energie che a volte sforano anche i limiti della misura.

Non si può capire a fondo il fenomeno se non si tiene conto che nella festa del santo patrono si mescolano vari fattori che superano la componente religioso-devozionale, per cui più che di identità religiosa si  può parlare di identità civica basata anche su un campanilismo talvolta esagerato che si traduce in attribuzione di “eccellenze”. Avviene così che se bisogna parlare delle varie componenti che formano la festa patronale,  per la banda il riferimento è quella storica di Squinzano, per le luminarie si cita subito Scorrano per quello che è un vero e proprio spettacolo delle luci in onore di S. Domenica, il 6 luglio. Per quanto riguarda i paesi dell’arco ionico c’era un detto che definiva le eccellenze identitarie: «‘A banda te Matinu, ‘a villa te Parabbita, ‘a battaria te Tuje, li fochi te Nejanu».

E per avere la banda più famosa e competente, le luminarie (villa) più belle e splendenti,  i fuochi che si sparano a mezzogiorno (battaria) più scoppiettanti, i fuochi pirotecnici notturni più spettacolari, tutti erano e sono ancora  pronti a fare sacrifici. Ora come in passato. Lasciavano il loro paesi gli emigranti per lavorare in Svizzera, Germania,  Belgio, ma la lontananza non diminuiva il sentimento di appartenenza alle loro radici e anzi accentuava l’ansia di ritornare proprio quando nel paese si celebrava la festa del patrono. Sembrava che la festa fosse fatta anche un po’ per loro. Per questo alcuni patroni, se la ricorrenza cade nei mesi invernali, vengono celebrati in quella data solo con i riti religiosi, ma la “festa grande”, quella con banda, luminarie e fuochi, viene spostata a luglio e agosto quando tutti i lontani ritornano.

Non è da sottovalutare anche il contributo economico che gli emigranti davano perché tutto si svolgesse secondo gli antichi riti.

Quando ancora era molto diffusa l’abitudine di “comprare” la possibilità di portare in spalla la statua del santo, quando si faceva una vera e propria asta,  c’erano emigranti che risparmiavano un anno intero per parteciparvi con successo.  Era in gioco anche il prestigio sociale. Così intorno alla statua del santo patrono si intrecciavano  devozioni, affetti e orgoglio di essere salentini.