Sempre più anziani, sempre più bisogni, sempre meno soldi: è lo scenario che già si vede. Qualcuno ci sta pensando?

899

Cominciano a squillare sempre più forte i segnali sulla vita che verrà col cambiamento radicale della composizione della popolazione meridionale, pugliese e salentina. Cala da qualche anno la popolazione scolastica, come ci informano i dati che puntualmente si pubblicano col segno negativo nella colonna iscrizioni.

Col segno meno circolano altri numeri, quelli che parlano di persone che vanno via per il Nord, Italia o Europa è secondario. La tendenza si conferma di censimento in censimento anche ovviamente per le nascite, i futuri scolari.

La terza e quarta età cresce

L’unica fascia che non risente di flessioni, anzi s’impenna ad ogni conta che fanno gli istituti statistici e le anagrafi comunali sono coloro che hanno varcato la soglia dei 65 anni. Si chiama terza età, ma intanto si è insediata al primo posto, passando da primato a primato.

Dall’Asl Lecce, con la pubblicazione dei bilanci del 2018 circa i costi dei vari servizi, da quelli ospedalieri, alle visite specialistiche, ai day service, esce un quadro – un altro, per la verità – che dovrebbe far pensare i governanti, ai diversi livelli. La popolazione anziana è cresciuta nell’anno appena trascorso di oltre il 6%, confermando una tendenza che – spiegano i sociologi – data 2007-2008.

Popolazione in calo dopo secoli di crescita

Gli stessi studiosi esprimono un altro concetto da tenere a mente: l’andamento demografico degli ultimi venti anni – dopo secoli di crescita – è stato talmente importante da incidere sul Pil, il prodotto interno lordo, soffiando sulla già notevole differenza Nord-Sud ed allontanando le due sponde.

Gli analisti sono tutti concordi nell’avvertire che per invertire un simile, radicato orientamento occorre tanto tempo, nell’ordine dei decenni. Non possiamo saper quando ce la faremo ma intanto sappiamo cosa cambia e cosa sta cambiando la vita di ogni giorno.

Il 40% di anziani assorbe l’80% delle ricorse

A cominciare dalla salute e dalle cure per mantenerla. L’Agenzia regionale sanitaria (Ares) ha calcolato che una popolazione col 40% degli anziani assorbe in assistenza sanitaria l’80% dei soldi disponibili. Di riflesso, lo stesso fabbisogno cresce sul versante pensionistico.

Non solo. I fenomeni nuovi di emigrazione (vanno via anche quelli che non hanno titoli di studio) e invecchiamento sono appena attutiti dal nuovissimo fenomeno dell’immigrazione (l’Inps continua a segnalare l’apporto ormai rilevante per le sue casse da parte di lavoratori stranieri residenti in Italia), che però produce i noti problemi collaterali.

Il grande interrogativo

Al di là di tutto, però, si staglia un grande interrogativo che in troppi ancora non vedono o riducono a problema contingente, presi da calcoli elettoralistici del giorno dopo giorno. Come fare per garantire gli stessi livelli minimi di cure, di servizi, di pensioni a coloro che verranno? Come incrementare le entrate di uno Stato che invece, proprio per via delle fughe, vede ridurre le entrate fiscali?

Chi ci darà, insomma, i soldi, per mantenere gli ospedali di oggi, pur pieni di problemi, i servizi sociali correnti, le rendite pensionistiche attuali? Appare evidente che è una battaglia persa tirare la coperta da un lato o dall’altro, nella vana speranza di “coprire” tutti quanti. Come è banalmente evidente che ce la si può prendere con coloro che sono avanti con gli anni (semmai sono un tesoro, per una società che li sapesse valorizzare).

Spopolamento e immigrazione

Lo Svimez da ultimo ha sentenziato che “il Sud” è destinato ad un declino demografico”: sempre meno gente a livello di bisogni invariato.

Domanda: vi risulta che qualche forza politica, nessuna esclusa, si sia posto il problema e lo abbia inserito tra le priorità della propria agenda programmatica? Come si inverte insomma questa rotta che porta dritto alla catastrofe?