“Samsara” sotto sequestro, Il provvedimento preventivo a tutela del paesaggio. E non solo. In attesa delle contromosse della società

L'accusa: una serie di ampliamenti e di abusi

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Gallipoli – La struttura va messa sotto sequestro per non far aumentare “l’incidenza negativa sul litorale in termini di rispetto dell’ambiente, dell’ecosistema e delle varie forme che tutelano quel tratto di territorio”. E’ scattato per questi motivi ieri l’ultimo provvedimento in ordine di tempo a carico del lido “Samsara”, della società Sabbia d’oro srl di Gallipoli, amministratore Rocco Greco (nella foto).

Il titolare e i suoi consulenti ne hanno ritirato copia presso la Capitaneria di porto di Gallipoli per poterla studiare e concordare le mosse future. Poiché, a quanto è dato sapere e conoscendo la determinazione di quegli imprenditori, di sicuro non finisce qui. Anche se sul famoso stabilimento balneare pesa già la parola “fine” messa dal Consiglio di Stato sula concessione demaniale con la revoca.

In attesa di conoscere le contromosse della società all’inchiesta della Procura della Repubblica di Lecce ed al sequestro preventivo, sono stati apposti i sigilli al lido. Abusi edilizi è l’ipotesi di reato principale. Abusi che si sarebbero andati sommando tramite successivi ampliamenti dal 2007 al 2018, dico gli inquirenti, per i quali sono indagati quattro dirigenti comunali (di cui uno in pensione), il rappresentante legale Greco, il progettista geometra Lorenzo De Pinto.

Doveva offrire “servizi minimi” di spiaggia oltre all’attività di balneazione alle origini; doveva essere di facile rimozione, come affermato dalla stessa società nel 2012 per evitare lo smontaggio entro il 31 ottobre di quell’anno; era distante dalla strada 18 metri ie così doveva restare. Invece, secondo la ricostruzione della Procura approvata dal Giudice per le indagini preliminari, la distanza tra la strada costiera e la struttura alla fine di è ridotta a otto metri.

“Siamo al decimo atto della Saga Samsara – ha commentato l’avvocato della “Sabbia d’oro”, Luigi Suez di Gallipoli – l’ennesimo accanimento verso una struttura che ha operato per dieci annicon autorizzazioni e permessi paesaggistici ed edilizi annuali e che venivano sottoposti a controlli capillari almeno tre volte l’anno”. Il legale ribadisce inoltre che “mai nessuno in questi anni ha rilevato alcun abuso”.

Versione diametralmente opposta a quella rappresentata dai magistrati inquirenti, che chiamano in balli invece il piano regionale delle coste, il piano paesaggistico regionale, la valutazione ambientale sui vincoli fino alle Segnalazioni certificate di inizio lavori (Scia) come quella del settembre 2013.

La Scia, da semplificazione a lasciapassare Tra gli strumenti urbanistico edilizi in vigore la Segnalazione certificata di inizio lavori sta diventando dappertutto qualcosa di diametralmente opposto alle ragioni per cui fu introdotta. Doveva servire a snellire passaggi, passando la palla al Comune interessato. Dall’Ente dovevano poi partire i controlli per verificare se quanto “certificato” dal tecnico progettista rispondesse a quanto realizzato.

Questa la prassi corretta e rassicurante. Cosa accade in realtà nei Comuni, con organici ridotti all’osso e con incombenze crescenti? “Spesso le Scia passano inosservate, non per malafede – spiega un tecnico quotidianamente a contatto con uffici comunali del settore – ma perché i Comuni non ce la fanno ad andare a verificare, neanche con interventi campione”. Cosa è successo a Gallipoli? Tra gli “astuti escamotage” di cui parla il Gip c’è qualcosa di simile? Oltre alla sequela di autorizzazioni – sempre secondo l’accusa – non conformi ai piani regionali? Chiarirà anche questo il procedimento giudiziario in corso.