Omicidio Noemi, “Lucio agì con brutale premeditazione”: rese note le motivazioni della condanna in Appello

L'assassino, minorenne all'epoca del fatto, è stato condannato a 18 anni e otto mesi

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Lecce – Un omicidio “brutale”, commesso “con lucida premeditazione” e non condizionato da alcuna incapacità di intendere e di volere. Queste le motivazioni, appena rese note, con le quali i giudici della Corte d’Appello di Lecce lo scorso 7 giugno hanno confermato la condanna di primo grado a 18 anni e 8 mesi di reclusione per Lucio Marzo, l’assassino reo-confesso della 15enne Noemi Durini, di Specchia.

Il luogo del ritrovamento

La sentenza d’Appello conferma le conclusioni dei periti

Nella sentenza, i giudici hanno condiviso le conclusioni alle quali giunsero a suo tempo i periti nominati nel corso del processo: l’allora 17enne di Montesardo (frazione di Alessano) agì in maniera del tutto consapevole nell’ammazzare la fidanzata, il 3 settembre del 2017, facendo poi ritrovare il cadavere, messo alle strette dai carabinieri,  dieci giorni dopo il delitto nelle campagna tra Castrignano del Capo e Leuca.

Le alterne e “goffe” versioni fornite agli inquirenti

Tali conclusioni sono state avvalorate anche dall’atteggiamento tenuto dal giovane dopo l’arresto, quando, nel corso dei vari interrogatori cui venne sottoposto, provò in ogni modo a sviare da se ogni prova o indizio, cercando di tirare in ballo altre persone (il meccanico di Patù, poi scagionato), e provando più volte a “disorientare” gli interlocutori con “alterne versioni dei fatti, che per quanto goffe, sono state organizzate secondo rappresentazioni per lui giuridicamente più favorevoli”. Secondo i giudici, inoltre, con il suo comportamento successivo all’omicidio, Lucio avrebbe tentato in ogni modo di cancellare le prove e depistare le indagini.

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Una strategia maturata nel tempo

«Non possono farmi niente perchè io non sto bene con la testa»: questa una delle sue frasi, riportata dalla testimonianza di un suo amico, che conferma come Lucio avesse da tempo ben chiaro il suo intento omicida maturato per gelosia ed anche, come spiegato dai giudici di primo grado, in seguito ai conflitti sorti in famiglia per una relazione “non accettata”. Non un raptus, dunque, né una decisione maturata per caso, ma una strategia maturata nel tempo in grado di risolvere, secondo il giudice che ha condannato Lucio, tali conflitti.

La violenza quale “metodo”

Anche i giudici d’Appello hanno posto l’accento sull'”abnormità” del suo agire, visto che Noemi venne condotta in aperta campagna ferita a morte e poi seppellita agonizzante sotto un cumulo di pietre. Tutto ciò a conferma di una personalità, quella dell’assassino all’epoca minorenne, “orientata all’uso della violenza e alla prevaricazione, quale usuale metodo di soluzione delle tensioni e dei conflitti”. Tali atteggiamenti “antisociali”, confermati anche nel primo periodo di detenzione nel carcere sardo di Quartucciu, hanno inoltre escluso, per i  giudici, la possibilità di valutare misure alternative alla detenzione nell’ottica di un recupero del reo.

 

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