Noi ragazzi, amanti degli amori degli altri

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“Filosofia e Letteratura non esulano l’amore disperato, non si trattengono le passioni umane; né per questo coloro che le amano sono indifferenti all’amore come lo sono nei riguardi dell’umanità. Il generale guardo d’insieme sempre tende a lasciarci stupiti, ma per noi amanti dell’amore anche una sola frase può bastare per trovare le eccezioni alla regola della miseria umana. Anche un solo verso può scaldarci il cuore, una sola frase di logica radice può bastarci per ravvivare in noi lo stimolo amoroso. Che queste vene, seppur invase dal sangue Illuminista, sempre appartengono ad un cuore Romantico, che non disdegna sentimento alcuno; anzi, se possibile riusciamo ad amare ancor di più della gente comunemente innamorata, perché noi amanti della letteratura riusciamo a trasporre i nostri sentimenti e la loro rimembranza ci mantiene vivi: che se ne fa l’altra gente di versi imposti dall’alto, se non servono a far nascere in loro la spinta divinamente amorosa per l’oggetto del loro affetto? Noi sappiamo come usare i versi di Saffo, come citare i versi di Cavalcanti. Se si può, viviamo più intensamente degli altri, con emozioni amplificate dal ricordo passato o dalla speranza futura.

Non credere neppure per un istante che Amore si identifichi sempre e solo con una persona: chi è innamorato non per forza deve esserlo di un individuo per tutta la vita, anzi esso ammette la diversità e la variatio dei suoi standard. Non credere che Amore si impersonifichi con religione, non fare questo errore: che se uno pensa che Dio non esista, non è detto che non sappia amare. Come vivremmo, noi amanti degli amanti, senza la spinta centripeta che ci porta verso la letteratura amorosa? Come vivremmo senza versi scritti sulle mani, con inchiostro invisibile e indelebile sulla pelle? Vivremmo una delle vite comuni che caratterizzano la gente comune, quella che eravamo anche noi, prima di specializzarci nel mestiere di amare? E non ci importa se questo nostro amore non è ricambiato: io non ci spero mai, che nessuno degli altri comuni è in grado di sopportare un tal peso sulle spalle; il peso della responsabilità di ascoltare le mie parole e capirle, il peso della riflessione tremenda e paurosa delle mie parole strazianti. Chi mai riuscirebbe a subire tali verità tutte insieme, senza uscirne ferito, martoriato, offeso? Nessuno, perché questo mio amore, che mi scorre come fiume nei miei interminabili cuori, non può trovare nessuno scoglio a cui aggrapparsi. Che ormai sono un’ostrica vagante, e la mia perla deve essere solo scoperta, ma prima un coraggioso coltello deve squartarmi la corazza. E la gente comune è sempre solamente vile, mai abbastanza audace da aprire le pareti di una conchiglia. Solo in pochi siamo, noi amanti degli amori degli altri, che ci innamoriamo tra di noi. Molti altri si lasciano andare all’accondiscendenza di un amore comune, e allora nascono gli altri cuori: quanti più cuori si hanno, tante più isole si creano.

Tante isole alla fine formeranno un unico scoglio, su cui quell’ostica potrà aggrapparsi, sperando di rimanere intatta con la sua perla, ma sapendo, in cuor suo, che aspetterà in eterno quel cacciatore di amore perlaceo. Questi amanti degli amori degli altri amano la letteratura perché in essa si rivedono, con tutto il dolore e la passione che anche gli altri ci hanno messo nel trasmetterci le loro vicende d’amore, e per questo amiamo la letteratura, e per questo il nostro cerchio è in continua evoluzione: la ristrettezza dei volumi polverosi ci fa accomodare nel nostro amore, ci fa crogiolare nel dolore del distacco e nella sofferenza della lontananza. E che cos’è questo, se non amore?

Giulia Spada – V A Liceo delle Scienze umane – Gallipoli