Le pittule, al tramonto. La festa dell’Immacolata, per devozione antichissima

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Ci siamo, sbocciano le prime decorazioni natalizie, si preparano le luminarie e alberi di Natale. Le vetrine, i negozi aperti le domeniche, la gente che anima le strade, i bambini che imparano filastrocche: siamo entrati nell’atmosfera natalizia, funestata quest’anno dalle note vicende e preoccupazioni.  Ma “l’ingresso” principale per la festa più attesa dell’anno è l’otto dicembre in cui tutto il Salento festeggia l’Immacolata. Si tratta di una devozione antichissima, inserita nel calendario della Chiesa universale da papa Alessandro VII con la costituzione “Sollicitudo omnium ecclesiarum” del 1661. Fu però Pio IX , l’8 dicembre del 1854  con la bolla “Ineffabilis Deus”, a proclamare il dogma della Madonna immune dal peccato originale. Devozione antichissima e grandissima: ne sono testimonianza le numerose confraternite intitolate all’Immacolata, nate prima della proclamazione del dogma. Ce ne sono tante nel Salento ancora attive: Gallipoli, Nardò, Parabita, Casarano, Cutrofiano, Cerfignano, solo per citarne alcune, impegnate a conservare le antiche tradizioni. Quella religiosa, la novena, che in alcuni centri si tiene prima dell’alba, è ancora molto seguita. Valore religioso hanno anche il digiuno e l’astinenza dalle carni il giorno della vigilia, il 7 dicembre.

Nei decenni scorsi si digiunava l’intera giornata, poi è prevalso l’uso  di mangiare a mezzogiorno la “puccia” bianca, con le olive, condita col tonno, capperi e alici.  Digiuno e astinenza della vigilia costituiscono il segno della volontà di purificazione per vivere in maniera degna il giorno della festa.. A sera poi, dopo il tramonto del sole le “pittule” sono d’obbligo, “Te la Mmaculata la prima pittulata”, modo di dire che vale per tanti paesi, ma non per Gallipoli. Qui infatti il profumo delle “pittule”, accompagnato dal suono della pastorale,  ha ancora il sapore dell’estate. Si incomincia già il 15 ottobre, festa di S. Teresa, l’11 novembre (San Martino),poi il 23 novembre (S. Cecilia); il 29, ricorrenza di S. Andrea, venerato nella chiesa di S. Maria degli Angeli, la vigilia dell’Immacolata e quella di Natale. Si continua ancoera con Capodanno. Bisogna però dire che ormai da qualche anno le “pittule” sono entrate nell’uso quotidiano dei salentini, servite negli aperitivi e come antipasto.

“E cce ssu, pittule?” si dice quando si vuole mettere in evidenza l’estrema semplicità e facilità di realizzazione di qualcosa. “Le pittule, cce suntu, me sai tire?/Nnu picca te farina a mmienzu ll’egghiu/,ma lu Natale nu sse pò sentire,/se mancunu le pittule: lu megghiu”, cantava il poeta leccese Franco Lupo In realtà la loro preparazione ha la caratteristica della semplicità (farina, acqua, livieto) e della rapidità dell’esecuzione. Una volta pronta la pasta, giunta a perfetta lievitazione, ci vogliono solo le mani esperte a formare le palline e farle dorare nell’olio bollente.

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Circolano varie leggende sulla loro nascita. Per alcuni le pittule sono nate da una dimenticanza e da una distrazione: una donna aveva preparato l’impasto per il pane, poi se ne era dimenticata. Oppure (altra versione) si era dimenticata dell’impasto perché distratta da qualcosa, per alcuni dal passaggio di San Francesco (riferimento alla povertà degli ingredienti) per altri dalle chiacchiere/ /pettegolezzi con una vicina (luogo comune diffusissimo). Comunque sia, dal pane mancato vennero fuori pittule per Natale e poi per tutto l’anno. Ora le “pettule”, (con le e, come dicono a Nardò) sono conosciute anche a Londra: ci ha pensato la giornalista neretina Paola De Pascali con un articolo pubblicato su “Polarity-International lifestyle magazine” che alla specialità natalizia ha dedicato anche la copertina.

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