La Gallipoli dell’800 alle prese con tifo e colera. Anche all’epoca medici encomiati

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Federico Natali
Federico Natali

Gallipoli – Il tifo esantematico ed il colera sono state le epidemie che nel corso del secolo XIX hanno travagliato la popolazione gallipolina.

Il tifo esantematico è conosciuto anche con i nomi di tifo epidemico o tifo petecchiale. Si tratta di una malattia infettiva presente in luoghi con gravi deficienze sanitarie ed è responsabile di epidemie laddove alle scarse condizioni igieniche si assommano guerre o carestie.

Il colera, affacciatosi per la prima volta in Europa e in Italia nel secolo XIX, è una malattia che ha avuto il maggiore impatto non solo per l’alto tasso di mortalità raggiunto, ma anche per l’enorme interesse che procurò tra amministratori ed uomini di scienza. Quando la malattia comparve per la prima volta in Italia, molti ne individuarono la causa nella collera divina, altri puntarono l’indice su strane combinazioni planetarie e meteorologiche, altri ancora parlarono di avvelenamenti voluti dal Governo per colpire le masse troppo cresciute numericamente; nello stesso momento ci si abbandonava a sfoghi di violenza rabbiosa e ad esasperate esibizioni di religiosità, e si individuavano capri espiatori additati come untori, generalmente persone ai margini della società o stranieri, ma molto spesso medici e funzionari pubblici.

Essendo una malattia prevalentemente urbana e che per sua natura trae dalla sporcizia, dalle acque inquinate, ma in generale dalle carenze sanitarie la propria linfa vitale, il colera mise inoltre in luce da una parte le debolezze dell’organizzazione sanitaria, dall’altra la povertà, la diseguaglianza di fronte alla morte, la drammatica arretratezza in fatto di igiene privata e pubblica, portando alla ribalta il problema della città come veicolo, come territorio privilegiato del contagio e del disordine. Furono soprattutto i ceti economicamente più poveri a venirne colpiti, dimostrando come le condizioni economico-sociali contribuiscano prepotentemente a determinare il quadro della morbilità di una data società.

Era il marzo 1803 quando a Gallipoli scoppiò l’epidemia di tifo esantematico che mieté 341 vittime, di cui 84 bambini. Lo sviluppo di quel morbo, sulle prime fu attribuito all’uso di certo frumento, mezzo marcio, portato a Gallipoli da alcuni bastimenti greci. Esso, nonostante la pessima qualità, fu venduto a sei ducati il tomolo.  Ma l’uso di quello, fu forse l’occasione allo sviluppo del morbo, giacché, questo, dominava da tempo, quasi tutto il Regno di Napoli, compresa la capitale. Questa epidemia aveva trovato gran parte della popolazione gallipolina in uno stato di assoluta miseria e di grave denutrizione: da alcuni anni, a causa della crisi economica, gli operai, i lavoratori del porto, i bottai, gli artigiani erano senza lavoro ed i pescatori non riuscivano a guadagnare il denaro sufficiente per comprare un rotolo di pane.

Nella seduta del 4 maggio 1803 il sindaco, Vincenzo Piccioli, fece  presente ai decurioni che nella città vi erano numerosi infermi e che molte famiglie erano “nella positiva indigenza, mancandoli il letto, ed il quotidiano sostentamento e che perciò l’infermi giacevano in un solo letto”: egli propose “dar loro dei soccorsi per alleviarli alquanto della miseria in cui si trovavano”. Il Parlamento destinò la somma di 140 ducati per soccorrere le famiglie più bisognose e furono incaricati Giovanni Raymondo, il medico Bonaventura Garzya ed Emidio Marzano “per somministrare gli aiuti” (Conclusioni del Parlamento dell’Università di Gallipoli, 1801-1810, vol. 30a, f. 59r-v).

Il denaro stanziato era ben poca cosa rispetto alle effettive necessità della povera gente, né la decisione di intervenire era dettata dalla presa di coscienza del malessere di una classe che da secoli era condannata a vivere in uno stato di estrema miseria e degrado. Il comportamento delle classi abbienti era sempre stato di grande noncuranza riguardo ai problemi socio-economici dei nullatenenti: non era mai esistito un barlume di politica sociale tendente al cambiamento in quanto la miseria che travagliava la bassa plebe era considerata un fatto naturale al quale non si poteva porre rimedio.

Non fece mancare il suo aiuto agli ammalati il buon vescovo Giovanni Giuseppe Danisi. Ogni giorno egli, nel cortile dell’episcopio, fece distribuire ai poveri, da alcune suore di S. Chiara, minestra, pane e medicine fino a quando, alla fine del 1803, non ebbe termine l’epidemia. Nel dicembre del 1835, gli equipaggi di alcune navi russe, giunte nel porto per imbarcare olio, portarono la notizia che il colera si era diffuso in Russia e stava mietendo numerose vittime.

Il sindaco Giuseppe Elia, preoccupato, prima di ricevere disposizioni dalle autorità superiori, diede severe disposizioni ai deputati della salute di vigilare specie sugli equipaggi delle navi che giungevano nel porto; impiegò numerosi presidiari per la pulizia delle strade e per lo spurgo delle fogne e dispose stretti controlli sulla vendita dei generi alimentari, sui prodotti della campagna e sull’acqua della fontana antica che dissetava l’intera città (Conclusioni decurionali del Comune di Gallipoli,1830-1838, vol. 32, ff. 254v-255r).

Il colera che, nei primi di agosto del 1836, apparve tra le mura di Ancona, non si era ancora propagato nel Regno di Napoli, quando re Ferdinando II ordinò a tutti i Vescovi che nelle chiese di loro giurisdizione si celebrassero dei tridui per la incolumità del Regno dai sintomi del Cholera morbus. Il 31 agosto emanò le Istruzioni per l’esatta osservanza de’ regolamenti amministrativi relativi alla salubrità pubblica (Giornale d’Intendenza della Provincia di Terra d’Otranto, N. 8, Anno 1836, pp. 35-44). Nonostante tutte le precauzioni, nel dicembre 1836, il Regno fu colpito dal morbo che fino al dicembre 1837 mieté migliaia di vittime. In Terra d’Otranto l’intendente Carlo Ungaro cercò di impedire la diffusione del colera ordinando il rafforzamento delle barriere e cordoni sanitari terrestri e marittimi.

Gallipoli si isolò e fu appena sfiorata dal morbo, però gli scambi e la vita commerciale furono interrotti, i traffici del porto languirono, i bastagi ed i bottai per alcuni mesi non lavorarono, i pescatori interruppero la loro attività e molta gente si chiuse in casa nella speranza che l’epidemia non vi penetrasse. I benestanti, che possedevano case nel territorio di Villa Picciotti e Villa S. Nicola, si isolarono in esse, soggiornandovi a lungo. Nella città ci furono pochissimi morti anche per la bravura, l’abnegazione e la solerzia dei medici, ma subentrò la carestia e fu la fame specie per le classi più povere. Dovettero intervenire l’Amministrazione civica con sussidi e l’istituzione di “cucine economiche”, che distribuirono minestra e pane ai poveri ed agli ammalati. Il Vescovo e le confraternite religiose intervennero con aiuti in viveri e medicinali alle famiglie meno abbienti.

Nel mese di marzo 1848, in concomitanza con le note vicende rivoluzionarie che travagliarono l’intero Regno di Napoli, a Gallipoli esplose una terribile epidemia di tifo esantematico. Il romanziere gallipolino Giuseppe Castiglione scrisse che “ignote restarono alla scienza medica le cause di tale funestissima malattia”. Questo morbo, che si aggiunse alla miseria ed alla carestia che da tempo imperversavano, prostrò definitivamente la popolazione gallipolina. I medici e gli ecclesiastici si prodigarono con generosità, abnegazione e spirito di sacrificio per alleviare le sofferenze dei numerosissimi ammalati. Si distinsero in questa opera meritoria i medici Emanuele Barba, Rocco Mazzarella, Emanuele Garzya, Salvatore Marzo e Salvatore Demitri.

Fino a settembre, quando cessò, il tifo uccise 375 abitanti: tra essi perdettero la vita i medici Marzo e Demitri, i canonici Francesco Citta, Giovanni Battista Franza, Ippazio Vito Scozzi, Camillo Guttuso ed il mansionario Sebastiano Leopizzi. Tra le vittime ci fu anche il vescovo Giuseppe Maria Giove, che fino alla sua morte, avvenuta il 23 giugno, all’età di 76 anni, si mostrò sempre pronto a soccorrere i bisognosi e ad accorrere al capezzale degli ammalati per portare aiuto e conforto. Soprattutto in questa triste circostanza egli mise in luce tutta la sua bontà d’animo e la grande dedizione nei riguardi del suo popolo sofferente a disposizione del quale mise tutte le rendite della sua Chiesa e tutti i suoi averi, facendo distribuire centinaia di ducati, viveri, medicine, agli ammalati bisognosi dai medici Emanuele Barba, Emanuele Garzya, e dai farmacisti Giuseppe Sogliano e Saverio Greco. Né dimenticò i suoi poveri nel suo testamento, destinando ad essi più di 2.000 ducati.

Nei primi giorni di settembre si tirò un sospiro di sollievo: l’epidemia era stata sconfitta e giorno 6 il Decurionato deliberò “di accordarsi una gratificazione di ducati quattrocento, non come compenso ma come semplice attestato di pubblica riconoscenza” ai medici Emanuele Barba, Pasquale Franza, Emanuele Garzya, Giuseppe Leopizzi, Salvadore Demitri (ucciso dal morbo), che si erano tanto prodigati nell’assistenza dei malati di tifo, e “di rendersi loro vivi ringraziamenti in nome di una popolazione da loro richiamata a sanità”. Fu, inoltre, votato “un compenso particolare al Professore D. Emanuele Barba per aver prestato la sua assistenza pel corso di due mesi all’Ospedale provvisorio, stabilito per gli attaccati di tifo” (Deliberazioini decurionali del Comune di Gallipoli, 1847-48, ff. 555-57).

Il colera tornò nel Regno di Napoli nel biennio 1854-55 provocando poche vittime. Il morbo riapparve nel triennio 1865-67 con un bilancio finale di 160.000 morti. Quest’ultimo fu un evento particolarmente drammatico per un paese che stava faticosamente uscendo dalle guerre d’indipendenza ed ancora alle prese con difficoltà economiche e militari. Lo Staro monarchico fu duramente messo alla prova: vennero ancora una volta alla luce le difficoltà nella comprensione della malattia e nell’attuazione di efficaci politiche sanitarie.  Furono soprattutto evidenti le arretratezze culturali di un paese, che, sebbene avesse rotto politicamente col passato, era composto ancora da una popolazione in gran parte analfabeta, legata a tradizioni e superstizioni antiche.

A Gallipoli l’epidemia provocò 67 vittime. La classe più colpita fu quella dei meno abbienti a causa delle miserabili condizioni igienico-sanitarie in cui essi vivevano: la maggior parte continuava ad abitare in tuguri (i bassi), privi di aria e di luce, situati al di sotto del livello stradale.

Federico Natali