La Ciclovia dell’Acquedotto tra i 16 tracciati del piano regionale della mobilità ciclistica. “Tra pecche progettuali e ritardi”, denuncia il coordinamento dal Basso

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Nardò – La Ciclovia degli Appennini – Ciclovia Aqp e la Ciclovia degli Appennini – Ciclovia Aqp bretella Bari-Gioia del colle: sono i due percorsi inseriti nel piano regionale della mobilità ciclistica adottato di recente dal governo regionale, su proposta dell’assessore ai Trasporti, Giovanni Giannini. Ma non mancano critiche e proposte migliorative.

Le due ciclovie citate sono inoltre state inserite dal Ministero competente negli itinerari nazionali di Bicitalia, con il numero 11. Fuori dalla terminologia tecnica, qui si sta parlando della più nota Ciclovia dell’Acquedotto, con capolinea a Caposele (Avellino) e Santa Maria di Leuca  (Castrignano del Capo).

Sviluppare ul turismo su due ruote

L’obiettivo principale è “lo sviluppo della mobilità ciclistica in Puglia – si legge in una nota della Regione – attraverso l’impostazione di una rete regionale continua ed uniforme, integrata con percorsi nazionali e internazionali e la definizione di itinerari che valorizzino quelli già attivit o programmati, privilegiando le strade di basso traffico”.

Nel piano della Puglia le ciclovie sono 16, dall’Adriatica alla Romea francigena, dalla Ciclovia dei Borboni a quella dei Tre mari, alla Costa merlata – Locorotondo; da Alberobello al Tavoliere, alla Valle dell’Ofanto. Per l’elaborato di fattibilità tecnico-economica lo Stato ha assegnato 810mila euro.

Si parte con la consultazione pubblica

Le procedure adesso indicano il passaggio della consultazione pubblica, ultima fase prima della Valutazione ambientale strategica, della commissione consiliare dell’Ambiente, fino all’approvazione definitiva della Giunta regionale. Potrebbe non essere un passaggio facile facile quello con le parti sociali.

Lo fa intuire una corposa relazione contenete le osservazioni del Coordinamento dal Basso, coordinato da Cosimo Chiffi di Nardò e nato esattamente cinque anni fa, marzo 2015, proprio con questo scopo: utilizzare le stradine di servizio che accompagnano l’acquedotto attraverso la Campania, la Basilicata e la Puglia, per crearci intorno un “volano per lo sviluppo delle aree interne della regione, che proprio sul rilancio di un modello sostenibile di turismo possono fondare le proprie speranze di riscatto”, sostengono i promotori “dal Basso”.

Una idea divisa in quattro progetti

Mancanza di unità progettuale (la ciclovia è stata spacchettata in quattro progetti con quattro Enti diversi); assenza di un progetto di gestione di un camminamento lungo oltre 500 km (di cui metà già esistenti e percorribili); assenza di una visione condivisa; esclusione delle connessioni con gli attrattori (tra cui siti tutelati dall’Unesco); nodi irrisolti col trasporto ferroviario nel tratto nord: queste le obiezioni di un comitato che è arrivato ad associare una novantina di associazioni e imprese (turistiche, naturalistiche, enogastronomiche) nelle tre regioni.

Quanto accaduto in fase di progettazione per il tratto salentino – da Monte Fellone di Martina Franca a Leuca – viene richiamato da Chiffi e dai suoi come modello che andava seguito e magari implementato altrove con maggiore attenzione.

La buona pratica adottata per il tronco salentino

La critica parte dalla constatazione che i quattro progetti con committenti diversi stanno viaggiando con velocità diverse; in ritardo Campania e Basilicata rispetto alla Puglia; il progetto Nord Salento lungo il canale principale (titolare l’Aqp) che marcia in direzione differente da quello del Sud Salento (per esempio, smantellamento integrale delle stradine storiche, scarsa attenzione sugli immobili Aqp).

Il Coordinamento dal Basso sottolinea con soddisfazione il metodo adottato per quei complessivi 190 km con un rapporto di consultazione con la Regione, “esempio di progettazione partecipata rimasto però isolato”. Si sottolinea il supporto tecnico fornito a Bari e, tra gli altri, l’incontro pubblico a Nardò “per presentare e discutere il progetto di fattibilità  ai vari portatori d’interesse”, il notevole livello di approfondimento delle varie tematiche “inclusa la valorizzazione dei tanti siti d’interesse culturale e naturalistico”. L’appaltante in questo caso era l’Agenzia regionale Asset; il gruppo incaricato la società Enser di Bologna.

“Urge la supervisione dai due Ministeri”

Conclusioni con un auspicio “La Ciclovia dell’Acquedotto – è la conclusione contenuta nel documento delle osservazioni del coordinamento – è una straordinaria opportunità di valorizzazione e fruizione turistica del patrimonio storico, paesaggistico ed enogastronomico del Sud Italia e non va sprecata. L’unica via d’uscita per cambiare rotta appare l’assunzione dei ministeri Turismo e Beni culturali e ambientali di un ruolo di coordinameto e supervisione più incisivo al fine di assicurare uniformità al progetto e il rispetto del protocollo d’intesa siglato nel luglio 2016”.

(Sopra, Cosimo Chiffi; in alto alcuni scorci della ciclovia dell’Acquedotto che si snoda fra tre regioni)