“Il Sud è”: il terremoto, che cancellò l’Irpinia, il Nord e l’inviato speciale salentino Aldo Bello

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Aldo Bello

Nel corso della sua lunga carriera in RAI, il giornalista galatinese e matinese Aldo Bello ha vissuto in prima linea – nella veste di inviato speciale del Giornale Radio 1 – i due più devastanti eventi tellurici degli ultimi decenni del secolo scorso. Ma se pure il terremoto che colpì le Prealpi Giulie, con le sue quasi mille vittime, lo abbia vissuto con personale coinvolgimento emotivo,  particolarmente dilaniante per lui si dimostrò l’evento che – il 23 novembre del 1980 – colpì l’Irpinia: e non solo per il numero di morti – triplicato rispetto al terremoto del Friuli – ma soprattutto perché l’Italia si dimostrò un Paese completamente inerme, malgrado le passate esperienze, di fronte allo sconquasso che un evento naturale di questa portata causò.

Come sappiamo, dalle ceneri di questa catastrofe prenderà le mosse la ristrutturazione in chiave moderna della Protezione civile di cui oggi disponiamo, grazie al lavoro del Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti; ma le carenze organizzative dell’epoca graveranno pesantemente sul computo finale dei danni – materiali ed umani – provocati da un terremoto capace di radere al suolo – nel corso di 90 interminabili secondi – tutti i comuni compresi tra il Vulture e l’Irpinia.

La Rai – così come l’esercito, le forze dell’ordine, i Vigili del fuoco, la Croce rossa e moltissimi volontari giunti da tutta la Penisola – si prodigherà con i propri uomini ed i propri mezzi per prestare soccorso, come e dove possibile, alla popolazione. Primi a giungere in posti – come Sant’Angelo dei Lombardi – resi inaccessibili per giorni interi dalle condizioni metereologiche e dall’annichilimento della rete viaria, i giornalisti dei Giornali Radio, grazie ai ponti radio messi in opera dai propri tecnici, hanno potuto testimoniare la reale gravità della situazione, forzando così una classe politica incredibilmente letargica a prendere coscienza della necessità di agire con una urgenza e una determinazione fino a quel momento non palesate.

A questo quadro già di per sé drammatico, si aggiunge la questione del rapporto ancora da costruire tra Nord e Sud Italia, come ampiamente testimoniato dall’articolo che Aldo Bello pubblicò sul primo numero del 1981 della Rassegna Trimestrale della Banca Popolare Pugliese Apulia – dal lui diretta – e che di seguito riproponiamo, a quasi dieci anni dalla scomparsa del giornalista salentino.

Sergio Bello

 

Venne il terremoto che sconvolse un’area più grande della Lombardia e per almeno due giorni nessuno volle dire la verità. Noi ci inerpicavamo su strade costruite al tempo di Murat, andavamo a fare ponte radio con le nostre macchine “attrezzate” con antenne a lungo raggio, radiotelefono e registratori, ed eravamo sempre i primi a raggiungere paesi sperduti, ridotti a cumuli di macerie, con i muri mastri crollati che mettevano impudicamente a nudo gli “interni” di poverissime case.

Ai centralini della radio, della televisione, dei giornali giungevano telefonate di anonimi soccorritori: non solo gente qualunque, ma anche – e per lo più – giovani con tanto di laurea, e magari con la specializzazione, i quali da Milano, da Genova, da Torino, da Bologna, da Firenze e perfino da Bolzano, chiedevano: – Ma quest’Irpinia dov’è? E il Vùlture dove si trova?

Dappertutto si scavava con le mani e venivano fuori mucchi di morti; dicevamo che era una catastrofe, che non si trattava di decine o di centinaia, ma di migliaia di vittime e che una parte di esse erano dovute ai ritardi dei soccorsi: e un esponente dell’Italia becera, di quell’Italia che vuol rimuovere ma non risolvere i problemi, ci definì “sabotatori”. Abbiamo dato l’esatta dimensione della realtà; abbiamo fatto scendere a Sud ruspe, prefabbricati, medicinali, strumenti tecnologici per ospedali, foraggi per animali, viveri per i senzatetto; abbiamo fatto muovere gli elicotteri della Marina (i soli che potessero volare, insieme con quelli dei Carabinieri, con il tempo brutto) e quegli Hercules C-130 (che ci costarono un occhio per le “mazzette” prese da ignobili speculatori) per gli aiuti a decine di migliaia di terremotati; abbiamo dato voce, amplificandola nel mondo, al loro dolore e alla loro disperazione con un numero incalcolabile di interviste e di appelli trasmessi in diretta.

Un servizio pubblico a servizio del pubblico (e non di uno o più partiti, né di un governo) è diventato uno strumento essenziale di informazione nel momento in cui l'”altra Italia” si chiedeva: – Ma da quale parte si trovano questi qui, Irpinia, Sannio, Cilento, Vùlture? Non è Africa. E’ Mezzogiorno. E’ il vecchio paziente dignitoso terribile Sud. Quello che istituti pubblici hanno preso come oggetto, dopo l’apocalisse, di un’indagine “condotta con i mezzi disponibili” e che sarà perció “manchevole”.

Come dire: le zone interne di questo Sud, e in genere tutto il mondo agricolo e agro-pastorale che costituisce ancora larga parte del Mezzogiorno, “è una realtà sconosciuta”. Trent’anni di politica meridionalistica e dieci anni di ordinamento regionale non hanno saputo produrre neanche studi approfonditi, che colmino in qualche modo le grandi lacune delle ricerche Istat e che siano più veritieri dei censimenti decennali, la cui attendibilità da sempre è messa in discussione.

Perché meravigliarsi, allora, se giovani (e meno giovani), presi da nobilissimi sentimenti di umanità, e subito mobilitati per portare aiuto a chi era stato colpito da una così grande sventura, prima di avventurarsi verso l’ignoto che è dietro l’angolo di casa, chiedevano dove fossero Avellino e Potenza, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora, Balvano, Ariano Irpino e Grottaminarda; e perché mai c’era qualcuno che citava Cristo che si sarebbe fermato in una qualche casa o fattoria di nome Eboli; e poi chi ce lo aveva mandato lì, Cristo, e che cosa ci era andato a fare, e quanto vi si era fermato, e che cosa mai aveva combinato da quelle parti?

C’è un’Italia da difendere, e c’è un’Italia che può essere perduta senza che se ne soffra un gran danno. Come spiegare ai generosi analfabeti con laurea, che facevano tutte quelle domande, che questo Sud è diventato quello che è solo dal giorno in cui Roma “Spezzò le reni” ai Sanniti, aprendo così alle sue barbare legioni le vie di Magna Grecia? Come far capire che i dati rilevanti di queste terre sono stati un’antica cultura e una solida civiltà; che nel Sud sono nati, in anticipo su tutti, il Comune e la Repubblica Marinara; che quando il Nord balbettava con Cesare Cantù qui si inventava, precorrendola, l’epoca moderna; che, ad esempio, quando nel ‘700 l’Italia nel complesso e il Centro-Nord avevano un terzo della popolazione attuale, nei comuni meridionali era già insediata una popolazione pari a quella di oggi, e che “la gente – come ha scritto Manlio Rossi Doria – ha qui vissuto per secoli, con la durezza e la modestia delle migliori società contadine d’Europa, accompagnate da un tenore di vita e da una dignità superiori a quelli allora esistenti altrove”?

E poi hanno scoperto la camorra, l’egocentrismo, l’accaparramento, e l’attaccamento alla famiglia, alla terra, alla mucca, al cumulo di macerie che prima erano state una casa. E hanno gridato allo scandalo: – I soliti meridionali! – è stato detto proprio così. I soliti terroni! Quelli che -guarda caso, proprio a Eboli – ho visto battersi al coltello per una pagnotta di pane. E gli incettatori, quelli che costringevano i conducenti di camion a scaricare la roba in certi magazzini, di proprietà di banditi locali e di boss d’alto bordo; i ladri e gli sciacalli; i profittatori d’ogni risma, (“Queste ‘ose le ‘onteremo quando torniamo lassù”, diceva un toscano minacciosamente).

Inopportuno, in un momento nel quale un’onda di antimeridionalismo ha fatto seguito a questa “scoperta forzata” del Sud, dire che scandali di ben altra portata nemmeno ci hanno sfiorati; che non abbiamo evaso tasse petrolifere per migliaia di miliardi; che non abbiamo sofisticato prodotti, anche alimentari, per aumentare vertiginosamente i profitti; che “partecipiamo” tanto alla vita familiare e collettiva da non aver consentito l’attecchimento del terrorismo.

Allora, sulla testa dei morti e dei vivi, dicono che il Sud è abulia. Il Sud è mafia. Il Sud è ignoranza. Il Sud è un’altra lingua, anzi una babele di lingue. Il Sud è quello con la pelle un pò scura che – nelle città dell'”altra Italia” – si rischia di vedere abitare alla porta accanto. Il Sud è la Cassa per il Mezzogiorno, “che ci costa un occhio della testa”.
Imperdonabile colpa: il Sud è.

E visto che c’è, e che il mare non lo ha ingoiato, noi questo Sud, con tutte le sue passioni, con tutte le sue contraddizioni, lo abbiamo portato e continueremo a portarlo dentro le case e dentro le coscienze. Perché lasci inquieti. Perché, se è possibile, faccia perdere il sonno.  Perché renda problematici anche i pensieri (se ne hanno) di quelli con la pelle più chiara. Perché con la sua immagine sgretoli l’idea stessa di benessere che questo Paese si è artefatta, e scuota il quietismo degli idolatri dello status quo, e faccia emergere il sospetto che l’iceberg possa da un momento all’altro capovolgersi, finalmente mettendo a nudo quanto c’è, da secoli, sotto il pelo dell’acqua. Nel bene e nel male.

Aldo Bello