Il mio viaggio contro la paura su di un treno della memoria senza capolinea

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Il 17 gennaio sono partita da Gallipoli piena di entusiasmo perché finalmente ero riuscita a partecipare al Treno della memoria. Il mio entusiasmo, tuttavia, è andato scemando durante il viaggio verso Praga quando, dopo aver trascorso in pullman più del doppio del tempo impiegato in qualsiasi mio precedente spostamento, osservavo la strada restante e mi rendevo conto di non essere nemmeno a metà del tragitto. Seduta al mio posto, con le ginocchia schiacciate contro il sedile anteriore, pensavo a come fosse possibile che tante persone, gli educatori, per esempio, scegliessero spontaneamente e totalmente gratuitamente, di ripartire anche tre, quattro, cinque anni consecutivi.
La risposta me la sono saputa dare seduta allo stesso posto corridoio, sullo stesso pullman che però viaggiava in direzione opposta.

A viaggio terminato, sulla via del ritorno ho finalmente realizzato quanto straordinaria e unica fosse stata quella esperienza, quanto tutto sembrava essere stato pensato e curato nei dettagli, tutto si compenetrava e si giustificava alla perfezione, ogni cosa giungeva per stupire, per travolgere anche la resistenza e l’indifferenza più ostinate, per restare indimenticabile.

Il treno della memoria, infatti, è una calderone di elementi dissonanti ed eterogenei: 9 giorni privati dei nostri confort, della nostra routine, faccia a faccia con alcune tra le paure più diffuse. Capisco bene che, visto dall’esterno e superficialmente, il progetto si presti a facili dissensi e diffusi rifiuti (solo 3 domande sono pervenute per 4 posti messi a disposizione dal comune di Gallipoli), ma è incredibile assistere personalmente a come ogni cosa che avresti voluto diversa, si rivela, poi, perfetta così com’è, parte di un disegno frutto di un lungo e faticoso quanto appassionato lavoro di equipe.

E così, le lunghe ore di viaggio si trasformano in un’occasione per fare amicizia; la presenza di persone di ogni età dai 15 ai 60 anni, di diversa provenienza ed estrazione sociale (liceali, universitari, professori, lavoratori, disoccupati), diventa un’occasione personale di arricchimento; la costante presenza di persone, ti salva nei momenti più duri: quando dopo aver visitato i campi di Auschwitz e Birkenau, o quello di Terezin e quello che resta della città di Lidice, la tristezza, lo sconforto e l’inquietudine ti travolgono, intorno a te c’è sempre qualcuno che condivide il tuo stato d’animo e sa esattamente cosa stai provando, c’è sempre qualcuno pronto ad alleggerirti del tuo fardello rivolgendoti una parola, una battuta, un sorriso, uno sguardo. Anche il freddo è un po’ meno freddo quando ci si muove compatti e uniti tra le macerie di Birkenau e la neve non ti coglie impreparata se il tuo vicino ha con sé un ombrello.

È sorprendente come persino la mancanza di momenti di solitudine e la totale assenza di privatezza smettano di rappresentare una problematica fino ad abituarsi a una costante condivisione, all’annullamento della proprietà privata, all’abbattimento di ogni limite e barriera. Dopo poche ore, infatti, non ti stupirà conoscere buona parte dei 47 nomi dei tuoi compagni di viaggio, dopo due giorni verrà spontaneo organizzare una colletta simbolica per un viaggiatore che è stato aggredito e derubato del suo portafoglio nella notte, dopo una settimana, al momento dei saluti, sarà istintivo abbracciare tutti, commuoversi e già sognare e organizzare utopiche rimpatriate.

Non solo, quindi, ho capito cosa spinge le persone a ripetere questa esperienza, ma ho soprattutto capito che io stessa vorrei viverla per sempre. Vorrei vivere ogni giorno come se fosse il 25 di gennaio, il giorno del ritorno, con tutte le emozioni ancora fresche e in superficie, con i ricordi nitidi, con le sensazioni che non hanno perso di intensità e colore. Vorrei essere eternamente ‘di ritorno’, bloccata sul mio treno che viaggia senza raggiungere mai il capolinea, con la valigia piena di ricordi e la memoria colma delle storie e delle personalità che ho incrociato.

Perché ricordare è l’unico espediente in nostro possesso per allungare la vita di tutti coloro che sono prematuramente morti, ricordare è donare una vecchiaia agli adulti e un’adolescenza ai bambini scomparsi nei campi, ricordare significa fare loro spazio nella contemporaneità, assegnare loro un posto in questa nostra attualità e consegnarli all’immortalità.

Ricordare diventa dunque un dovere e un imperativo e salire sul treno della memoria è, non solo, il tributo necessario che ognuno dovrebbe porgere alle vittime dell’olocausto, ma anche il regalo e l’opportunità di crescita più grande che ciascuno possa desiderare per sé stesso. Dunque, prendete quel treno al volo e partite, consegnatevi inermi a questa esperienza, lasciatevi scombussolare e segnare, infine, siate consapevoli che il vero viaggio inizierà solo quando il treno si sarà fermato.

Giulia Passaseo – Gallipoli