“Ho sbagliato a 18 anni, ho pagato col carcere 20 anni fa. Cosa devo ancora pagare?”: parla uno degli operai “sospesi” dopo le misure antimafia a ditta dei rifiuti

13720

Gallipoli – “Non posso ancora pagare per uno sbaglio compiuto quando avevo 18 anni”: è finito nel macinino delle sospensioni dal lavoro (e a rischio licenziamento) per precedenti penali che le norme antimafia ritengono decisivi per mantenere o meno il posto in un settore tra i più appetiti dalla criminalità: quello della raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani. Infiltrazioni e condizionamenti sono giunti ad un livello tale da assottigliare al minimo diritti e principi, anche costituzionali, dei singoli.

Ieri a piazzasalento.it un sindacalista che sta seguendo i drammi relativi alle interdittive antimafia e alle misure conseguenti, Beppe Ciracì, ha lanciato un sommesso invito: «Non si discutono minimamente le misure antimafia, siamo per il rispetto della legalità. Ma chiediamo di valutare caso per caso le varie situazioni».

Al sindacato risultano casi infatti in cui sono trascorsi anche una ventina di anni dal reato commesso ed ampiamente espiato col carcere. Sono pronti a partire i primi ricorsi contro sospensioni e licenziamenti operati, in alcune ditte, già prima del provvedimento della Prefettura e con scarse o nulle “contiguità” tra il lavoratore nel mirino ed ambienti criminali.

Impigliato nella rete a 18 anni Antonio (nome di fantasia) ha oggi 44 anni. Quando era ancora un ragazzo era rimasto impigliato nella rete ben ramificata del clan Padovano qui a Gallipoli. Erano gli anni in cui il Consiglio comunale veniva sciolto per infiltrazioni mafiose. Era il tempo in cui un “lavoro” sicuro te lo fornivano solo certi ambienti. “Ed io allora spacciavo”, dice.

Quando scattò il blitz contro la Sacra corona unita nel 1993, lui ci finì dentro. Riuscì ad evitare il “416 bis”, appartenenza ad associazione di tipo mafioso, perché il suo ruolo risultò del tutto marginale; ma non l’imputazione di associazione semplice per traffico di sostanze stupefacenti. Si beccò sei anni e otto mesi “tutti fatti, fino all’ultimo giorno”, sottolinea Antonio. Come pure la misura di sicurezza: tre anni di libertà vigilata. Con un particolare: “Il giudice dopo soli due anni mi diede la libertà piena per buona condotta accertata dalla Questura e dai servizi sociali”.

A conti fatti, Antonio esce dal carcere 20 anni fa, nel 1999, e dai controlli due anni dopo. “Da allora – dice pacato – non ho preso neanche una semplice multa. Frequento la mia parrocchia, faccio parte di un gruppo di preghiera, organizziamo pellegrinaggi. E penso a lavorare e a mantenere la mia famiglia”. Con quattro figli tutti minorenni.

Da quasi otto anni lavora nel settore dell’igiene ambientale, prima con la Seta Cogei, poi con la Navita e infine con la Gial Plast: assunto una prima volta il 15 luglio 2017 e poi una seconda 13 dicembre 2018, sempre a tempo indeterminato. “E sempre fornendo il certificato del Casellario giudiziale in cui c’è scritto tutto quanto”.

Deve essere stata amarissima la sorpresa quando una settimana fa ha ricevuto la raccomandata della ditta tavianese finita fuori dalla “White list”, fuori cioè “dall’elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa”. “Le contestiamo – scrive tra l’altro il legale rappresentante della società – il possesso di uno status personale del tutto incompatibile con le prescrizioni normative che regolano la materia ed alla quale siamo rigorosamente soggetti”.

Sospensione cautelare e procedimento disciplinare in corso per Antonio, rimasto a casa con altri cinque gallipolini (dei 30 dipendenti sospesi tra i circa 500 della Gial Plast). Si prevedono temporali anche sulla quota di lavoratori passati alle dirette dipendenze del socio  lombardo  – la Colombo Biagio srl – con cui Gial Plast ha vinto l’appalto dell’Aro di Gallipoli. Si allungano ombre inquietanti su presenze di alcuni soggetti di per sé “sintomatici” delle attenzioni del mondo criminale.

I sindacati, i ricorsi, lo sciopero Ma Antonio adesso sta seguendo i movimenti dei sindacati “che stanno facendo il possibile”, le riunioni che si susseguono, i consigli di fare ricorso, le voci di sciopero. “Io lo posso provare che sono pulito, loro non possono provare che ho sbagliato in qualcosa”, sostiene sicuro.  Lui il ricorso lo potrebbe pure presentare  ma sono tanti gli interrogativi che gli girano in testa dopo sette giorni senza più un reddito.

La paura del marchio “i giorni passano, le bollette arrivano, c’è un mutuo da pagare… quando torno a lavorare? Quando arriva il commissario (che gestirà l’azienda colpita dall’interdittiva, ndr)? Quando posso chiarire tutto quanto? Quanto tempo ci vorrà? E se mi rimettono questo marchio che non merito più, dove posso andare a cercare lavoro?”. Per ironia della sorte, Antonio stava perseguendo la piena riabilitazione giudiziaria, per la quale proprio poco tempo fa aveva anche chiesto l’anticipazione dell’udienza.

(foto d’archivio)