Sannicola – «Chissà come sorride la Giò, dall’aldilà, vedendo cosa succede ancora oggi quando si parla di lei». Così  commenta un amico di Giò Stajano sulla cui vita, recentemente, il personaggio televisivo Giovanni Ciacci ha scritto il libro “La contessa. La scandalosa vita di Giò Stajano”. «Un romanzo, non una biografia. Non si sa dove finisce Stajano e dove comincia Ciacci. Alcune cose le ho fatte io altre lui», ha dichiarato nelle sue interviste l’autore senese (in tv a “Detto fatto” e “Ballando sotto le stelle”). Questa sua premessa non è, tuttavia, bastata ad evitare le polemiche e le reazioni da parte di chi ha conosciuto Giò Stajano (all’anagrafe Gioacchino Stajano Starace, conte Briganti di Panico), personaggio controverso come pochi, che ha sempre fatto parlare di se (il nipote del gerarca fascista Achille Starace è stato il primo gay dichiarato d’Italia e una delle prime trans note alla cronaca), morto a 79 anni in una casa di riposo di Alezio il 26 luglio 2011 e sepolto nella cappella di famiglia a Gallipoli.

Familiari e amici «Si tratta di un’ennesima strumentalizzazione di zia Gió – tuona la nipote Francesca – la famiglia non riconosce Gió in questo libro e non approva. Ciacci sta giocando con la mia famiglia, giuro che non staró zitta». Perplesso anche Giovanni Minerba (originario di Aradeo), regista e organizzatore del Torino film festival, amico di Giò Stajano che su di lei ha girato, assieme a Ottavio Mai, il documentario “Il fico del regime”. «Ha lavorato per la rivista Man, curando la rubrica “Il salotto di Oscar W.”, per anni l’unico spazio rivolto a un pubblico gay nell’editoria italiana. Non mi piace – afferma Minerba – che scriva di lei chi non la conosceva, senza aver neanche parlato con chi ha condiviso con lei tanti anni di vita. Già il fatto che si parli di lei al maschile non va bene». Affettuoso e commosso il ricordo dell’amico Gino Diana «Con Giò abbiamo passato una vita insieme, fino all’ultimo: 50 anni e oltre. Sono pochi che possono raccontare la realtà e la vita di Gio’ nel bene e nel male, tra splendori e anche miseria. Dovevamo scrivere qualcosa, a quattro mani, avevamo iniziato, poi se ne andò e fini così. Su un suo libro a me regalato, c’è una dedica che dice pressappoco così: “a Gino che conosce la mia vita, meglio di me. Perchè siamo due pazze libere e belle”. Se leggo su di lei qualcosa che non risulta, mi arrabbio». «Io me la ricordo da sempre educata e gentile – commenta Antonella Palumbo – soprattutto attentissima a non offendere nessuno. Era amica di mia madre e non voglio che si offenda la sua memoria in nessun modo».

Gioacchino Stajano, classe 1931, primo uomo divenuto donna in Italia, ha vissuto nella Roma del miracolo economico, di Cinecittà e della “Dolce vita”, scrisse una serie di romanzi tra cui “Roma capovolta” e “Meglio l’uovo oggi”, censurati e ritirati dal commercio. Amica di politici importanti (tra cui Andreotti), lavorò con Federico Fellini e Dino Risi. Nell’ultimo periodo della sua vita aveva deciso di entrare in convento e fu intervistata da Paolo Bonolis ne “Il senso della vita” e nel Chiambretti Night.

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