“Fòcare” tra spettacolo e sacralità: il ciclo della vita celebrato dalla cultura contadina con luce e calore

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Racale – “A Santa Lucia, tantu la notte tantu la tia”. Un detto popolare salentino della zona di Racale che sintetizza il periodo del solstizio d’inverno (“a Santa Lucia il giorno dura quanto la notte”, ndr). Momento dell’anno dal quale prendono il via tutta una serie di rituali propiziatori che vedono il fuoco come protagonista. Le fòcare (falò), infatti, nel Salento accompagnano il lungo periodo invernale da dicembre fino a marzo. Fra queste, quelle di questi giorni dedicate a Sant’Antonio Abate e in particolare quella da Guinness dei primati di Novoli sono un caso particolare.

L’arguzia dei contadini ha permesso loro di notare da sempre che a partire dal periodo natalizio il tempo quotidiano di luce riprende pian piano ad allungarsi. Il fuoco era dunque, forse, un modo per salutare il sole che “ritorna”, segnale dell’imminente fine dell’inverno. In questo senso anche la data del 25 dicembre che ricorda la nascita per antonomasia della nostra cultura cristiana sembrerebbe rientrare in questo contesto.

Le fòcare vengono realizzate per lo più con gli scarti della potatura degli alberi di ulivo e con le fascine composte dai tralci tagliati dei vigneti. Queste ultime spesso tenute insieme da cordicelle ricavate dai fiscoli dismessi, i tradizionali dischi filtranti in fibra di cocco utilizzati nella produzione olearia. Un’esigenza rituale che incontra quella pratica dello smaltimento degli scarti dell’agricoltura.

Tradizionalmente, soprattutto prima che le esigenze di sicurezza lo impedissero, in ognuno dei paesi del Salento si creavano più fòcare contemporaneamente, quasi una per ogni quartiere, di dimensioni contenute, si chiamavano focarèddhe, infatti. La realizzazione avveniva a partire dai giorni successivi all’Epifania e coinvolgeva soprattutto i ragazzi che con carretti di fortuna mettevano in atto una vera e propria questua della fascina, casa per casa. Non mancavano gli scontri fra fazioni: ci si rubava la legna, si dava fuoco nottetempo al cumulo degli altri, si facevano sortite con annesse pericolose sassaiole nel campo “avversario”.

La sera dell’accensione era consuetudine portare nelle proprie case un po’ di brace. Per scaldarsi, ma forse anche per portare con sé un po’ di sacralità. Rituali legati a grandi falò se ne trovano un po’ ovunque in giro per il Mediterraneo e sono una delle testimonianze di come l’uomo riesca a coniugare le sue pratiche di sopravvivenza con le esigenze di spiritualità.