Coronavirus, la quotidianità ai tempi della quarantena e gli eroi che si muovono in punta di piedi

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Carissimo direttore,

dire che non sia cambiato nulla in questi già 15 giorni di quarantena sarebbe un errore grossolano: mi mancano un po’ quelle nostre chiacchierate dinanzi ad una tazza di caffè, parlando ovviamente del nostro “pane quotidiano”.

Ora provo a fare come si dice da noi “di necessità, virtù”, mettendo i miei pensieri per iscritto e a debita distanza, come imposto dalle rigide norme anticontagio. La giornata la trascorro perlopiù dinanzi al computer, a scrivere i pezzi per il nostro giornale, e poi a leggere: televisione poca, molto poca, anche perché sembra ci abbiano preso gusto a trattare sempre lo stesso argomento, condito in tutte le salse.

La sera poi, quando rimango solo coi miei pensieri, stento ad addormentarmi, preso dalle preoccupazioni di padre, con il figlio maggiore e sua moglie in trincea a Roma, al Gemelli e al Bambin Gesù, e il secondogenito ugualmente esposto a rischi, in un supermercato alimentare. Questa notte poi, ho letto, tra le tante, una notizia a dir poco straziante, un misto tra eroismo che profuma di Vangelo e santità.

don Giuseppe Berardelli

Un prete settantaduenne della bergamasca (di Casnigo), don Giuseppe Berardelli si chiama, anzi si chiamava, morto nei giorni scorsi di Coronavirus nell’ospedale di Lovere, dopo aver rinunciato all’unico ventilatore polmonare disponibile in quel momento, a favore di un altro paziente più giovane e padre di famiglia.

Siamo in tanti ad auspicare un nuovo Umanesimo, e invece nemmeno ce ne accorgiamo dei tanti eroi e santi che ci stanno accanto, al Sud come anche al Nord: non ce ne accorgiamo, forse perché si muovono in punta di piedi e senza fare tanto rumore.

Ciao direttore, a presto spero, per un abbraccio fraterno e un caffè insieme.

Amleto Abbate – Gallipoli