Gallipoli – Nuove tecnologie, smartphone, rete, clic e persone: don Piero Nestola non molla. Dopo il primo incontro lo scorso dicembre sul cyberbullismo, lunedì sera si è svolta la seconda puntata di “Connessi e disconnessi” nell’auditorium della parrocchia di San Gabriele, via Berlinguer nella Peep 3, rione popolare su via per Alezio.  Salone gremito, tanti commenti a mezza e piena voce, altrettante domande rimaste nell’aria per mancanza di tempo e l’ora tarda.

Le tecnologie hanno cambiato la vita. Ma l’interesse su queste rivoluzioni informatiche che rivoluzionano le vite di molti, a cominciare dai ragazzini che vi dedicano tempi crescenti: al recente congresso regionale di psicologi, si è calcolato che in media sono collegati alla rete almeno 6 ore (esattamente, 6, 26 ore) al giorno, ogni giorno. Il parroco ha richiamato quello che lui considera un “subdolo paradosso o inganno” dei social che mentre sembrano assicurare un ambito sociale in effetti finiscono con l’isolare i fruitori. E’ questo il tema di fondo del programma avviato e che vedrà presto un terzo incontro, In carne ed ossa: “Il percorso continua su tematiche che sono molto vicine a noi, che aprono a cambiamenti e prospettive che spesso non riusciamo a comprendere adeguatamente – ha detto il religioso – e mi pare che con troppa facilità i genitori lasciano i propri figli a vivere queste relazioni”.

Genitori in panne: vecchi modelli ko, nuovi da trovare. I genitori erano lì comunque, proprio per capirci qualcosa. Acquisendo intanto qualche informazione circa le strutture operanti sul territorio e in grado di rispondere ai loro quesiti. A cominciare dal centro per la famiglia gestito dalla comunità di San Francesco di Ugento, sede a Gallipoli via Cavalieri di Rodi e riferimento per tutto il distretto dell’Ambito sociale, con servizi di scuola per genitori (il più recente a Racale), ludopatie, mutuo aiuto, spazio neutro (per incontrare i figli quando mamma e papà non possono farlo singolarmente) ed ora anche patologie collegate all’uso di internet (tanto che il noto Sert è diventato Serd, servizio per tutte le forme di dipendenze).

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Sono 43 milioni gli italiani in rete. Quarantatre milioni di italiani dagli 11 ai 74 anni usano la rete di giorno e di notte, con conseguente alterazione dei bioritmi, delle capacità cognitive; tra i dati, aggiornati a giugno scorso, diffusi nel citato congresso regionale è stato messo messo in rilievo il fatto che il 98% degli 11-16enni è inserito nel giro, senza distinzione geografica o tra città e paesi: è la iGeneration, che sui display esprime la propria personalità, svolge la propria vita, sfugge ad ogni tipo di controllo classico. Lo psicologo e psicoterapeuta Massimiliano Macagnino di Gemini di Ugento, non vuole parlare di emergenza, semmai di sfida visto che il precedente modello educativo fatto di divieti e controlli è inefficace.

Sempre quelli i bisogni fondamentali di una persona; molto diversi i mezzi per soddisfarli. Restano sempre quelli i bisogni fondamentali di una persona – la vicinanza, l’identificazione, i legami, l’appartenenza ma non passano più dall’oratorio o da un campo di calcio bensì da un “rete” in cui tutto sembra facile, in cui ci si sente protetti dalla distanza fisica ed anche per l’anonimato (che però sta venendo sempre meno, vedasi operazioni della polizia postale). Tra processi di isolamento consapevole (per scelta un gruppo di giapponesi – gli Hikikomori – ha troncato qualsiasi legame col reale per praticare solo rapporti sul web) ma anche inconsapevole: il dottor Macagnino elenca la perdita di empatia (che ci sintonizza con le emozioni degli altri, con lo sguardo) e l’analfabetismo emotivo. Nel nuovo modello educativo, sostengono gli studiosi, da parte degli adulti bisogna trovare lo spazio per il dialogo, per una maggiore presenza (diretta e non), per relazioni e confronti, per una riscoperta del senso di responsabilità.

“Questa società non lascia il tempo necessario ai dialoghi”. “E quando? Dove si trova il tempo?” Come penetrare in qual mondo da cui i “grandi” si sentono esclusi? I dubbi rimbalzano tra una fila e l’altra, le risposte latitano ancora. La perturbazione tecnologica è in corso. Alle tradizionali difficoltà di dialogo tra adolescenti e adulti, se ne sono aggiunte di altre del tutto inaspettate. Una bimbetta alza il dito per parlare, aspetta il turno, poi dice la sua: “Quando non vogliamo spegnare il computer, i genitori ci staccano la spina e noi facciamo un casino”. Don Piero afferma preoccupato che “lo strumento diventa sempre di più il protagonista della comunicazione”. Un operatore parrocchiale esprime un altro concetto: “I ragazzi hanno voglia di raccontarsi, di comunicare cose della scuola, di una passeggiata, di una gita. Più che demonizzare internet, andrebbe demonizzata questa società che per il lavoro fa sparire i genitori da casa per tante ore. Come si fa poi a trovare tempo e forze per parlare con i figli?”.

 

 

 

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