Braccianti, gli ultimi stanno per partire

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campi braccianti (2)Nardò.Si lavora ancora: in questo momento si stanno raccogliendo i “gialletti”, i meloni dal colore tipico che dà loro il nome. Chi è andato via è in gran parte diretto a Palazzo San Gervasio (Basilicata) per la raccolta di una particolare varietà di pomodori, o Campobello di Mazara (Sicilia), dove si producono le olive da tavola. Il giro per le colture d’Italia è, ancora una volta, ripreso, e allo stesso modo nella prossima estate torneranno a centinaia a lavorare nelle campagne dell’Arneo.

I contratti dei rimasti terminano l’ultimo giorno di settembre, ma pochi giorni fa i ragazzi erano stati allertati dalla polizia municipale per la chiusura del campo d’accoglienza. Sollecitato dall’associazione “Diritti a Sud” il sindaco Risi ha concesso una proroga, stabilizzando (per ora) la situazione. La cooperativa Rinascita, dal canto suo, continuerà a fornire i servizi di assistenza con gli sportelli dislocati sul territorio.
Il primo cittadino torna sull’ordinanza di sgombero dell’ex falegnameria: «È stata solo predisposta – dice – ma non avrebbe senso far sì che avvenga a pochi giorni dalla fine dei contratti». E sui tempi di apertura del campo d’accoglienza,  con un po’ troppo ritardo, e sui problemi economici risponde: «Noi abbiamo un problema di costi di gestione del campo. Spendiamo oltre 70mila euro per l’allestimento, oltre agli altri servizi che forniamo, e questo grava sul bilancio comunale. Non dovremmo occuparcene noi come Comune, ma anche per il prossimo anno il bilancio di previsione prevede dei fondi. Ho chiesto, e continuerò a lavorare su questa strada, che abbia il domicilio e non la residenza chi non ha un contratto regolare. Perché chi ce l’ha, dovrebbe avere i mezzi per l’alloggio e la sussistenza. Sto pensando di rifiutare l’accoglienza a chi un contratto ce l’ha», conclude Risi.

 

La grande mobilitazione degli artisti e dei cittadini salentini (e non solo) delle ultime settimane, culminata con la manifestazione di domenica, ha acceso i fari sul ruolo delle varie istituzioni nella questione della lotta al caporalato ed al padronato. In molti vorrebbero dei chiarimenti sulle posizioni dell’Amministrazione Comunale di Nardò, per capire quanto è stato fatto, quanto si farà e qual è la linea effettiva che Marcello Risi e la maggioranza che lo sostiene hanno adottato e vogliono adottare.

Sindaco Risi, nei mesi scorsi, con un’ordinanza, ha predisposto lo sgombero della falegnameria occupata dai braccianti immigrati, che ad oggi non è avvenuto. Ci saranno delle novità?

Lo sgombero è stato predisposto e preparato, ma non attuato. Non avrebbe senso operarlo ora, a pochi giorni dalla chiusura dei contratti di lavoro dei braccianti.

Perché il campo d’accoglienza attrezzato in contrada Arene-Serrazze è stato aperto soltanto a metà luglio, mentre i ragazzi erano qui dalla fine di maggio?

Noi abbiamo un problema con i costi di gestione del campo. Credo sia l’unico caso in Italia in cui un campo d’accoglienza è gestito direttamente da un Comune. Non dovrebbe spettare a noi, ma al Ministero dell’Interno, perché noi dovremmo gestire l’emergenza, non l’accoglienza. Abbiamo stanziato oltre 70mila euro per questo campo, fondi che gravano pesantemente sul bilancio comunale e con i quali riusciamo a coprire un lasso di tempo che va da metà luglio ai primi di settembre. Senza contare la fornitura di servizi come acqua, sorveglianza nella zona, pulizia e raccolta rifiuti.

In molti hanno sottolineato che non ha alcun senso parlare di “emergenza”, quando la situazione è stabile da almeno vent’anni.

Chi parla di “emergenza” è un ignorante. Se si va a guardare il bilancio di previsione si nota che anche per l’anno prossimo sono già stati stanziati i fondi per l’accoglienza. Noi, quindi, agiamo non in virtù di un’emergenza, ma programmando. Su 97 comuni della provincia di Lecce, quanti destinano una parte dei propri fondi al problema? Noi facciamo quello che possiamo, con l’aiuto della Regione, delle istituzioni private, della Caritas, delle associazioni e dei volontari. Credo che ci sia un problema: l’accoglienza si rivolge a diverse tipologie di migranti, quelli che lavorano e quelli che non lavorano. I primi dovrebbero essere un problema residuale, perché di norma, lavorando, dovrebbero avere i mezzi per sussistenza e alloggio. Tra gli immigrati a Nardò ci sono però anche un centinaio di unità senza contratto, che lavorano pochissimi giorni in maniera precaria. Può un Comune che già non riesce a stare dietro all’emergenza abitativa dei propri abitanti ovviare ai problemi di tutte queste persone?

In realtà gli enti e gli operatori sociali che seguono il problema fanno notare come chi lavori non abbia una retribuzione tale da potersi permettere un alloggio. La gran parte degli occupanti dell’ex falegnameria lavora, e anche tanto, ma sono lì, anche perché dalle loro paghe vengono decurtate quote a favore dei caporali e del sistema interno.

Non parlo dei migranti della falegnameria, ma di quelli che vivono nelle campagne e nei casolari, alcuni dei quali rimangono qui anche durante l’inverno.

Se lei dice che i fondi stanziati riescono a tenere il campo d’accoglienza aperto soltanto in quel brevissimo lasso di tempo, e che tutti gli sforzi sono stati e continuano ad essere fatti, significa che c’è qualche problema. Ha bisogno dell’aiuto di qualche altra istituzione? Dovesse lanciare un appello, a chi lo lancerebbe?

La questione non riguarda gli aiuti delle altre istituzioni. Noi, come Comune, non possiamo tollerare questa situazione di vita nelle campagne, in cui molte persone vivono addirittura sgozzando i capretti in barba alle leggi. Il problema è stato posto e lo sarà ancora. Noi dobbiamo sapere qual è il domicilio dei lavoratori, altrimenti sarà ancora inevitabile la situazione che vede fare una piccola parte al Comune, un’altra piccola parte alla Caritas, un’altra ancora alle associazioni, come è stato fin ora.

Si è in qualche modo interfacciato con i “padroni”, le aziende agricole che di fatto sfruttano la manodopera migrante? Se sì, con quali risultati?

Abbiamo ottenuto alcuni risultati positivi: ad esempio abbiamo verificato una forte emersione del lavoro nero, soprattutto nelle aziende più grandi, e il lavoro completamente irregolare è diventato un’eccezione. Di negativo c’è che il dato non sempre corrisponde alla realtà. Noi dobbiamo conoscere non la residenza, ma il domicilio dei lavoratori. E secondo me se il lavoratore non ha un domicilio, il contratto di lavoro deve
essere dichiarato nullo. A noi questa situazione non va bene, ai lavoratori e agli imprenditori sì, e infatti questi ultimi si dimostrano un po’ in disaccordo. Insisterò su questa strada, e non escludo di rifiutare l’accoglienza ai lavoratori e di aprire i servizi solo alle persone senza contratto. Chi ha un lavoro deve potersi permettere la sussistenza e l’alloggio.