Augusto, a 18 anni saldatore modello convissuto col cadmio in Svizzera. A 79 è ancora alla ricerca dei suoi diritti

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Alezio – Questa non è una storia di Natale. Perché non c’è speranza in questa storia e neanche giustizia. Se Golia è una grossa azienda, Davide quasi mai ce la fa a vedere rispettati i propri diritti. Diritti di un emigrante a 18 anni, col permesso del padre, e per dieci al lavoro in un reparto di saldature con l’utilizzo di materiali cancerogeni. Finendo invalido.

Il protagonista – Augusto Ferrari, classe 1941, emigrante – è stato tentato più volte di mandare tutto e, soprattutto, tutti a quel paese. Poi però, con la forza che proviene dall’aver fatto per intero sempre il proprio dovere, è ancora qui a rispondere all’ennesima richiesta di documenti, mittente una compagnia di assicurazione di Lucerna (Svizzera). Senza nessun rimborso per spese mediche e farmaceutiche

In dicembre ha eseguito ancora esami e visite come richiesto dall’assicurazione. “Per la verità non avrei voluto eseguirle – scrive Augusto – perché le ritengo del tutto inutili. Referti medici, specialistici, ricoveri ospedalieri risalenti al 1966 ed agli anni successivi, dimostrano che le mie patologie sono dovute ad attività lavorative”.

Due anni prima dell’ingresso in quella fabbrica che gli dava lavoro oltralpe, con la qualifica di saldatore specializzato, Augusto era così descritto nella scheda della Previdenza sociale, settore addestramento professionale di Roma: corporatura e resistenza normali, vista acuta, intelligenza pronta, senso spiccato di attuazione, attitudine ad eseguire con le mani movimenti dissociati, senso spiccato di cosciente responsabilità. Era il 1958.

Entra in quello che era il suo sogno, oggi un incubo quotidiano, nel 1960; vi resta per 17  anni, quindi nel ’77 rientra in Italia con la famiglia, dopo aver svolto altri lavori. Fa lavori poco redditizi e soddisfacenti. Grazie ad un suo amico medico conosciuto a Ginevra, viene spinto a frequentare un corso per docente in materie operative e pratiche; l’abilitazione lo porta a insegnare nelle scuole delle province del Sud Puglia, poi nel 1999 smette.

Ho sempre fatto il mio dovere come dimostrano certificati di servizio e attestazioni, con grande scrupolo e attenzione”, dice mostrando le carte. Ma il male ai polmoni e al sangue non lo ha risparmiato a causa di mille e mille saldature fatte usando barrette che, solo dopo anni, saranno riconosciute come cancerogene, contenenti cadmio.

Augusto viene riconosciuto invalido totale nel 2016. “Ma i miei malanni fisici – rimarca arrabbiato – sono cominciati nel ’66 e ancora oggi non riesco ad ottenere il dovuto”. Nonostante telefonate (numeri ufficiali a cui nessuno risponde) e, appunto, visite e controvisite.

“Ero fisicamente distrutto, in pessime condizioni, con numerosi ricoveri all’ospedale cantonale di Ginevra – ricorda – ed oggi mi sento stanco e deluso da tutti”. In realtà forse ancora un po’ di forza regge la sua voglia di giustizia che lo ha portato a bussare anche alla corte europea.

Come ultimo capitolo della vita lavorativa in Svizzera, Augusto scopre quella che definisce “una truffa”. “Ho pagato per 17 anni sempre i contributi previsti per la vecchiaia, la cassa integrazione, malattia e incidenti sul lavoro, ma mi sono stati trasferiti in minima parte in Italia, dal dal 5,2% fino all’8,4. Mi dicono che è tutto in regola, ma chi lo ha fatto questo accordo con la Svizzera? Perché non ne abbiamo saputo niente, neanche dai sindacati?”.

Ma il pensiero torna sempre all’indesiderato ospite che gli ha rovinato una vita normale, il cadmio. Nella lettera spedita a dicembre all’assicurazione, l’emigrante Augusto conclude: “Vi comunico che mi lasciano perplesse le vostre richieste di sottopormi a visita periodica ogni anno. Le indennità e i sussidi per chi ha contratto malattie professionali si danno alle persone colpite quando sono ancora in vita”.