25 aprile, l’altra Resistenza: la storia del soldato di Taviano Salvatore Alfieri e dei salentini che pagarono con la vita il no a Hitler

1484
Salvatore Alfieri

C’è chi è morto combattendo i nazisti e i fascisti sulle montagne e nelle città italiane e c’è anche chi ha perso la vita per aver rifiutato di sottomettersi ad essi per l’onore proprio e della Patria.

Sono le migliaia di soldati italiani, allo sbando nei diversi teatri di guerra dopo l’8 settembre 1943, che si schierarono e combatterono contro il nazifascismo e pagarono con la vita o la deportazione il loro coraggio. Fu l’altra Resistenza, che la storia patria ha impiegato molto tempo a riconoscere.

Uno di questi fu Salvatore Alfieri, di Taviano, giovanissimo soldato di leva di appena 22 anni, morto l’11 febbraio 1944, insieme ad altri 4.200 prigionieri dei tedeschi per l’affondamento, durante una tempesta presso Capo Sunio in Grecia, del piroscafo “Oria” che li trasportava da Rodi al Pireo, per essere trasferiti in uno dei 248 lager nazisti in Germania e Olanda.

Capo Sunio e l’isola di Patroclo

Salvatore, classe 1921, era un bracciante e un pastore, come il padre Saverio e la madre Carmela Esposito. Povera gente che tirava la vita in una modesta casa a corte, al n. 26 di via S. Angelo, nel cuore antico del paese.

Arruolato nel 1941 nel 23° fanteria, brigata ‘Como’, era stato assegnato alla 14a Divisione “Isonzo”, impegnata sul fronte sloveno nella difesa dei confini orientali dall’attacco dei partigiani croati. Dopo l’invasione della Jugoslavia, interi reparti della “Isonzo” vennero spostati nella divisione di fanteria “Murge”, nel teatro di guerra dell’Erzegovina, dove più duro era il conflitto con la guerriglia partigiana delle “brigate proletarie” serbe e montenegrine.

Salvatore combatte, nel febbraio ’43, la sanguinosa battaglia della Neretva: una disfatta degli italiani, un intero reggimento travolto dai partigiani. Dopo l’armistizio di Cassabile, nel settembre, la “Murge” venne sciolta. Salvatore e ciò che rimaneva del suo reparto, incorporati nel 47° reggimento, brigata “Ferrara”, vennero trasferiti a Rodi, nella divisione ‘Regina’, al comando dell’ammiraglio Inigo Campioni.

L’8 settembre pose agli ufficiali e ai soldati la cruciale alternativa tra Badoglio e la Wehrmacht. Campioni e i suoi uomini scelsero di combattere contro i nazisti. Dei 32.000 soldati di stanza a Rodi, solo 4.000 scelsero di schierarsi con i tedeschi. 

A Rodi, la resistenza della Divisione Regina alla reazione tedesca fu eroica e tragica. Le truppe italiane resistettero per tre giorni all’attacco nemico, nella vana attesa di un sostegno aereo dagli alleati inglesi. L’11 settembre Rodi venne presa dai tedeschi.

L’ammiraglio Campioni pagherà con la vita la sua scelta di lealtà all’Italia e il rifiuto di consegnare i suoi uomini al nemico. Deportato in Germania, verrà poi riconsegnato alla Rsi, processato per alto tradimento dal tribunale speciale di Parma, condannato a morte e fucilato il 24 maggio ’44 nel poligono di tiro di quella città. Nel novembre del ’47 verrà insignito di medaglia d’oro al V.M. alla memoria dal capo provvisorio dello Stato italiano.

Il piroscafo Oria

Per i prigionieri di Rodi iniziava la deportazione per scaglioni. Salvatore Alfieri venne imbarcato con altri 4.200 prigionieri sul piroscafo “Oria” l’11 febbraio del ’44, con destinazione Pireo. Il racconto di quel calvario verrà riportato nelle memorie di un prigioniero illustre, Alessandro Natta, futuro segretario nazionale del Pci (“L’altra Resistenza”, Einaudi, 1997). 

Si scendeva nelle stive per mezzo di scalette di corda. Fu allora il primo contatto con la brutalità e l’odio dei tedeschi. Le S.S. e la Feldgendarmerie portavano via gli zaini migliori, soprattutto quelli degli ufficiali, nella speranza di far bottino (anche le gavette e le coperte erano oggetto di preda) e chi tentava di difendersi o di resistere alle offese veniva legato, minacciato con le pistole, schernito. Nelle stive alcuni energumeni, armati di bastoni, stipavano fino all’inverosimile gli italiani via via che giungevano. Il carico era enorme: si stava in piedi uno accanto all’altro, stretti e pigiati, senza possibilità neppure di muoversi, e già dai primi momenti l’aria era divenuta irrespirabile”.

Reperti del relitto dell’Oria

Stipato fino all’inverosimile, col mare in burrasca, il piroscafo si schiantò dopo poche ore di navigazione sulle scogliere dell’isola di Patroclos, di fronte a Capo Sunio. Nessun soccorso fu possibile per le condizioni del mare. Il conto fu terribile: 4074 furono le vittime.

I pochissimi superstiti riuscirono a guadagnare la riva perché alla partenza non era stato possibile chiuderli con gli altri nella stiva che non poteva più contenerne. Qualche decina di cadaveri alla deriva vennero raccolti la mattina dopo e seppelliti in una fossa comune lungo il litorale dagli abitanti dei villaggi costieri, traslati molti anni dopo nel Sacrario dei caduti d’oltremare di Bari. Gli altri restarono sepolti nella carcassa dell’Oria, sul fondale a trenta metri di profondità. 

Il nome di Salvatore Alfieri nell’elenco dei deportati sull’Oria

Tra loro, insieme a Salvatore Alfieri, moltissimi salentini: Luigi Bianco e Antonio Perrone di Trepuzzi, Antonio Carpentieri di Seclì, Salvatore Dell’Anna e Giovanni Ingrosso di San Donato, Giovanni Dell’Atti di Carmiano, Pasquale Felline di Uggiano, Angelo Iannilli di Carpignano, Giuseppe Martella di Surbo, Antonio Maruccia di Cursi, Salvatore Massaro di Specchia, Rocco Negro di Supersano, Antonio Rizzo di Galatina, Carmine Sabato di Taurisano, Luigi Scollato di Collepasso

Eroi anch’essi della nostra libertà a lungo dimenticati, ai quali è nostro dovere rendere l’onore e la memoria.

Remigio Morelli