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vino salento

fine vendemmia 2015 (2)In Evidenza.inddUna annata tutto sommato “facile” ed ecco una vendemmia tutta d’oro, quella appena conclusa, con la fase di fermentazione finita e l’avvio di quella di affinamento. Il tempo fino a fine luglio ha richiesto solo pochi trattamenti (solo tre preventivi e nessuno curativo). Spiegano gli enologi che le temperature molto alte  hanno determinato sulle uve qualche fenomeno di scottatura e stress con arresti della maturazione. Poi le piogge di agosto hanno innescato qualche problema di marcescenza e sopratutto di disseccamento della rachide (la struttura del grappolo) ma complessivamente è andata proprio bene.
Tanto che l’Assoenologi assegna alla Puglia la palma del boom: +25% il balzo della produzione secondo le loro previsioni. Il Salento è in linea. «Uve sane, buon grado zuccherino, trattamenti pochissimi quasi da biologico, qualità buona con previsioni altrettanto buone»: questa la diagnosi di Giuseppe Pizzolante Leuzzi (foto a sinistra), enologo di Ruffano, primo lungo incarico professionale in una cantina cooperativa di Melissano, dove ha creato l’iniziativa “Vinimmagine”. Adesso segue la Cantina Coppola di Gallipoli, la “Duca Guarini”, quelle di Seclì e Copertino, insieme all’unica cantina di Capri. Dopo aver ricordato che l’anno scorso la resa  fu bassissima (-50%), l’enologo aggiunge: «La nostra vitivinicoltura sta andando lungo la strada giusta: le cantine sono tutte orientate ormai verso la qualità e la cura dell’identità. Così il Salento si vende benissimo in tutto il mondo anche per il suo negroamaro, fino a 10-15 anni fa del tutto sconosciuto».

L’export infatti sta puntando ora su Estremo Oriente e Cina, dove – a detta del corrispondente della Rai da Pechino per molti anni, Paolo Longo, ascoltato in occasione del premio giornalistico “Antonio Maglio” ad Alezio – nei ristoranti “si trovano vini francesi, cileni, californani ma non italiani”. Per questo i produttori sollecitano una sempre più stretta collaborazione con le Istituzioni.
Saverio Gabellone (a destra), enologo di Alezio in pensione e ricco di storia, è stato tra i primi salentini ad andare a studiare di vigneti a Conegliano Veneto, insieme a Carlo Coppola, compaesano. «E sui testi scolastici c’era scritto che i vini meridionali non erano adatti all’imbottigliamento – ricorda – e nessuno però sapeva spiegarmi perché». Oltre a diverse aziende familiari aletine come i Calò, Gabellone ha seguito anche diverse cantine sociali, molte delle quali ormai chiuse. «Nate per difendere i piccoli produttori dai famelici commercianti – rileva Gabellone – le cantine sociali sono andate via via perdendosi, non avendo capito il cambiamento del gusto e le esigenze dei consumatori. Con loro si sono persi anche patrimoni importanti, come il Primitivo di Ugento». Delle 40 cantine sociali, oggi ne restano meno di dieci. I riconoscimenti Doc resistono grazie alle cantine private (come ad Alezio).
Ma complessivamente,  oggi il Primitivo e il Negroamaro sono allo stesso livello di Barbera, Chianti, Barbaresco e nonostante gli appena 17mila ettari di vigneti – a fronte dei 70mila di una trentina di anni fa – il fatturato è di molto cresciuto.

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