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raccolta delle angurie

Nardò. Si chiamava Mohamed il bracciante stagionale morto la settimana scorsa in un campo di pomodori in località Pittuini, Porto Cesareo, sotto il sole in pieno giorno. Dire “Mohamed” è come dire “uno qualunque”, uno dei tanti di questi 300 e passa ragazzi che popolano Nardò, visti ormai come un’unica entità che ha vita solo in quella falegnameria abbandonata in contrada Arene Serrazze. E in quei campi dove si lavora a quaranta gradi sotto il sole, per pochi euro, di solito senza un contratto vero, garanzie sanitarie e assicurative.
Abdullah Mohammed. 47 anni. Rifugiato politico sudanese. Una moglie e una figlia. Arrivato dalla Sicilia solo il giorno prima di rimanere senza vita fra quelle piante di pomodoro. La sua destinazione era la Francia, dove contava di arrivare dopo pochi giorni di lavoro qui.
La magistratura sta indagando su questa  morte e sta cercando di chiarire i dettagli ancora oscuri fondamentali per accertare eventuali responsabilità. Intanto la pm Paola Guglielmi ha recapitato tre avvisi di garanzia per omicidio colposo: uno a Giuseppe Mariano, di Scorrano, titolare “di fatto” dell’azienda agricola per cui Mohamed lavorava, già imputato nel processo Sabr proprio per le questioni legate al caporalato e allo sfruttamento intorno ai campi di Nardò; uno alla moglie di Mariano, titolare ufficiale dell’azienda; uno al “caporale” (anche lui sudanese) che gli avrebbe procurato l’impiego. Restano da accertare l’ora esatta della morte e gli eventi succedutisi tra il momento in cui Mohamed si è accasciato e quello in cui dal telefono di un altro bracciante, alle 16,49, è partita la chiamata al 118.

Intanto i contatti con l’ambasciata sono stati avviati: l’uomo sarà tumulato nella sua patria; due giorni dopo l’accaduto è stata qui la moglie, che ha incontrato i volontari di “Diritti a sud” ed il Sindaco Marcello Risi. La donna sarà seguita legalmente dall’avvocato penalista Cinzia Vaglio e alle spese funebri stanno contribuendo la comunità sudanese della falegnameria, che ha organizzato una colletta per aiutare la famiglia del ragazzo, e le varie associazioni (anche quella barese e quella lucana che partecipano al progetto “Sfruttazero”). Fondi raccolti anche durante il presidio in piazza organizzato da “Diritti a sud”: davanti ad un centinaio di persone, tra striscioni e candele, hanno preso la parola diversi cittadini e figure della società civile, i rappresentanti dell’associazione, e Musse, uno dei braccianti che ha preso parte alla manifestazione insieme ad altri lavoratori, “nonostante le intimidazioni delle ultime ore”, come hanno fatto sapere i volontari del sodalizio.
«Ci sono altri tipi di responsabilità. La questione è trattata a Nardò sempre come una situazione d’emergenza, mentre il flusso è regolare da 25 anni – ha detto Danio Aloisi, di “Diritti a sud”, durante il presidio del 27 scorso – queste iniziative di solidarietà sono inutili se non c’è una svolta». «Il nostro è un lavoro di sudore e di sangue – ha aggiunto Musse – e ringraziamo tutti quelli che sono qui oggi vicino a noi».

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PIERO PLANTERANardò. Sono oltre 700mila ad oggi gli “invisibili” che in Italia vengono sfruttati nelle campagne. A dirlo è il “Rapporto caporalato e agromafie” condotto dalla Flai Cgil. Compresa Nardò, che da luglio a settembre diventa una delle “capitali italiane” di questo traffico, per le angurie in particolare. Se si provano a contare gli “invisibili” delle campagne neretine viene fuori  che da giugno 2012 a giugno 2015 sono state circa 600 le cosiddette “movimentazioni” di braccianti; di questi,  solo una trentina erano stranieri, pur essendoci state dal 2014 ad oggi oltre 400 iscrizioni di extracomunitari nelle liste di prenotazione in agricoltura.

I rapporti di lavoro “legali” sembrano essere quindi davvero pochi. «Ma questo non significa che sicuramente ci sia dietro del “lavoro nero” – mette in guardia Piero Plantera, del Centro per l’impiego di Nardò – semplicemente potrebbe trattarsi di utenti che si sono registrati presso il nostro centro e poi hanno lavorato in altra provincia e noi non lo sappiamo».
La sensazione, tuttavia, è che i neretini disposti a lavorare nei campi siano davvero pochi. Fatta eccezione naturalmente per le diverse famiglie del posto che da generazioni portano avanti terreni e colture, spesso vivendo in campagna. E gli altri?
La maggior parte dei braccianti stranieri proviene da Senegal, Marocco e Nigeria. Da qualche tempo arrivano anche da Albania, Romania e Bulgaria: raggiungono mogli, compagne e sorelle che già lavorano qui come badanti.

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Nunzia Baglivo emergencyNardò. Sandhu Gurte, 32 anni, indiano da anni domiciliato a Nardò, lo scorso 31 maggio è stato trovato cadavere nell’azienda agricola in cui lavorava. Forse un malore improvviso. Il dramma di Sandhu fa tornare alla mente i braccianti stranieri impiegati nelle campagne neretine per la raccolta delle angurie e le vicende degli ultimi anni: il caporalato, la ribellione dei migranti guidati da Yvan Sagnet, l’arrivo a Nardò del ministro Kyenge e la solidarietà del volontariato locale. E quel processo “Sabr” non ancora conclusosi, che vede imprenditori accusati di aver sfruttato i lavoratori e il Comune neretino che non si costituisce parte civile.
In questo periodo  tali vicende tornano a galla perché centinaia di cittadini africani (ma anche polacchi, rumeni e bulgari) giungono a Nardò con il “sogno” di raccogliere angurie. La città conta in tutto circa 50mila ettari di terreni coltivati. Non è, come qualcuno vorrebbe far credere, una lotta nella quale gli stranieri “ruberebbero” il lavoro agli italiani. Nei centri per l’impiego le liste di collocamento per l’agricoltura scarseggiano sempre più di nostri connazionali. Le angurie, senza la manodopera straniera, rischierebbero di non essere raccolte, accatastate nei tir e fatte partire per il mercato nazionale e internazionale.
Già, l’export. Altra nota dolente. Hanno cominciato Francia e Germania nel 2011, riducendo gli acquisti di angurie salentine e neretine. «Due milioni di quintali non raccolti e 50mila giornate di lavoro in fumo», denunciarono all’epoca i vertici di Coldiretti Puglia. Angurie greche vendute fino a dieci centesimi in meno rispetto a quelle italiane: la guerra cominciò così.

Nel 2013 la momentanea boccata d’ossigeno: la Regione Puglia eroga un milione di euro agli imprenditori agricoli neretini colpiti dalla crisi. Estate 2014: ancora esportazioni in declino, stasi del mercato e sempre più agguerriti mercati esteri. Per una lineare legge del mercato a pagare le conseguenze, insieme alle imprese, sono i braccianti. Così, oltre che lavorare in condizioni di degrado si rischia, in quel degrado, persino di rimanere disoccupati. Nell’attesa di trarre un bilancio della stagione 2015 la Regione Puglia, il Comune e l’Asl di Lecce rinnoveranno anche quest’anno una convenzione con i medici di Emergency (nella foto la responsabile locale Nunzia Baglivo), che saranno presenti nei campi con un ambulatorio mobile per garantire ai braccianti assistenza sanitaria gratuita e tempestiva.
Il Comune allestirà una tendopoli e la Caritas donerà pasti caldi e biciclette. Via XX Settembre, intanto, in questi giorni si popola di lavoratori africani. Tra le panchine di quel viale alberato attendono “padroni” e “caporali” per sentirsi dire: «Domattina lavori».
È quello il loro ufficio di collocamento.

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...