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mela italiana

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Da sx pasquale de donatis aldo reho davide luchesi convegno patata dopOggi, 2016, sono 16 cooperative, 4mila famiglie, 6.700 gli ettari coltivati, 420mila tonnellate di prodotto suddiviso in sei varietà ed esportato per il 25% in 47 Paesi, per un fatturato complessivo di 235 milioni. E pensare che tutto ciò è stato costruito su di un pomo che di media pesa 170 grammi e, soprattutto, ad opera di un piccolo gruppo di agricoltori stretti negli anni Settanta, nella morsa di una crisi generale in Val di Non e Val di Sole ma fortemente intenzionati a non cedere le armi. Il male si chiama frammentazione (poderi da un ettaro-un ettaro e mezzo, più di cinquemila produttori), proliferazione di mele di dubbia provenienza, comunque spacciate sui mercati per mele di quelle valli trentine, e speculazione dei comercianti in grado di mettere i produttori gli uni contro gli altri per spuntare il prezzo per loro più basso. Proprio come era successo anni prima, quando la coltivazione principe era la patate.

Nascono così 17 cooperative (po diventate 16 per una fusione) e negli anni Ottanta si dotano di un Disciplinare di produzione con norme precise sulle varie fasi della coltivazione e poichè non esistono ancora le denominazioni di origine protetta ecco l’idea di un marchio – Melinda – e di una campagna pubblicitaria in tv, assieme alla nascita di un consorzio tra le cooperative che curi in modo unitario la commercializzazione degli oggi preziosi pomi. Comincia la fine della “guerra” tra le coop e inizia, a piccoli passi e tra non pochi problemi, la fase della vera cooperazione che attualmente copre tutto il ciclo fino all’arrivo della mela sulle tavole. «Con l’avvio del consorzio si tagliano le gambe ai mediatori commerciali, ha messo in comune celle frigo, sale per il confezionamento, ha creato un unico centro vendite ed un unico datore di lavoro: il consorzio», racconta Davide Luchesa, 40 anni, che fa parte del management dell’azienda ed esprime tutto l’orgoglio di essere del “gruppo Melinda”.
Nel 2003, dopo tre anni di pratiche, è arrivata la Dop, la prima volta per una mela italiana.

«Per fare cento passi avanti bisogna fare ciascuno un passo indietro», ripete. Nel consorzio oggi lavorano tutti: i soci, gli ex mediatori, i dirigenti delle cooperative “che hanno accettato con lungimiranza di non essere più il numero uno nella propria coop”, la dimostrazione cioè che se si lavora tutti insieme con obiettivi condivisi, nulla è impossibile, come crescere rispettando sempre di più l’ambiente: ridotte le sostanze chimiche nei campi e utilizzate vecchie miniere per costruire celle di conservazione, riducendo i costi ed abbandonando l’impiego di materiali in poliuretano, “il cui smaltimento è un serio problema”.

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