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I coniugi Romano in redazione

Racale. Se la magistratura legittimamente ha calato il sipario sul rapimento di Mauro Romano avvenuto il 21 giugno di 35 anni fa, altrettanto legittimamente dal suo punto di vista la madre, Bianca Colaianni, non si rassegna.

Sono due aspetti del diritto: uno fondato sulla legge e sui codici, l’altro sull’amore di madre. Nessuna sentenza può impedire a quest’ultima di continuare a scavare nella memoria, negli anni passati, quelli troppo lunghi, di silenzio, in cui forse se si fosse levata qualche voce, gli esiti sarebbero stati diversi.

Il giudice ha emesso la sua sentenza: non ci sono elementi per tenere aperto il caso, l’omertà dei testimoni di Geova, che hanno avuto qualche parte nella vicenda, ha di fatto impedito di andare avanti. Ma i genitori  non si rassegnano, il caso non è chiuso per sempre.

Omertà è una parola grossa e si ribellano i Testimoni di Geova di cui abbiamo pubblicato una lettera di precisazione nel numero scorso a fima di Luciano Manco. Si sostiene che “non è affatto contrario alle norme cristiane denunciare alle autorità una condotta criminosa che riguarda un testimone di Geova”, cosa che sarebbe stata ribadita sia prima che dopo il rapimento di Mauro. Nel caso di un reato “facciamo tutto quanto è in nostro potere per far sì che le vittime siano protette da possibile ulteriore violenza e che le competenti autorità siano celermente informate da chi è a diretta conoscenza dei fatti”.

A queste parole si ribella ora Bianca Colaianni che scrive una lettera in redazione contestando la supposta disponibilità dei testimoni di Geova a denunciare alle autorità un fratello. Nel caso di Mauro, le cose sono andate diversamente: “Devo dire grazie alla gerarchia dei testimoni di Geova se tutto si è fermato”, scrive la madre. Nel 1997, infatti, quando si decise a raccontare la vicenda di Mauro alla congregazione romana le fu risposto di sperare nella resurrezione del figlio, di continuare a predicare e di non togliere la pace alla congregazione. La questione veniva definita di carattere personale.

Tutto gira intorno ad una domanda: si può tirare in giudizio un fratello? E alla risposta di S. Paolo nella prima lettera ai Corinzi 6,1-8: “…ma un fratello va in tibunale con un fratello, e ciò davanti agli increduli? Realmente, dunque, significa una completa sconfitta per voi che abbiate processi gli uni con gli altri. Perché non vi lasciate piuttosto fare un torto? Perché non vi lasciate piuttosto defraudare?”.

Se un fratello, quindi sbaglia, i livelli di intervento sono tanti: dalla correzione fraterna, alla denuncia agli anziani della comunità, questo si ricava dalla Scritura anche in altri passi. Questo era stato insegnato a Bianca e a questo ora si ribella. Ora si dichiara “molto arrabbiata” con se stessa  e con i testimoni di Geova (insieme al marito ha lasciato la congregazione). Il torto che ha subito si chiama Mauro, è stata defraudata di un figlio. Non c’è confronti con altri torti.

Quello che viene fuori dalla lettera e dalle parole dei genitori si può sintetizzare in una sola parola: verità, quella verità che sempre secondo il Vangelo rende “liberi”.  La speranza che potrebbe riaprire uno spiraglio in tutta questa vicenda è che qualcuno voglia raggiungere questa “libertà” e aggiungere il tassello per arrivare alla verità, qualunque essa sia. Perché se è vero che si può discutere se tirare o no un fratello in giudizio, carità, giustizia e verita vorrebbero che non ce ne fosse mai bisogno.

Racale. Come possono due genitori che aspettano ancora la verità intorno al destino del loro figlio accettare che il caso venga archiviato? Rassegnarsi per la seconda volta che non si saprà mai come Mauro, il loro bambino di 6 anni, ben trentacinque anni fa sia scomparso nel nulla? Non sono stati ancora inventati i faldoni in cui chiudere e dimenticare le persone care.

Ma per la Procura il caso è chiuso: il sostituto procuratore della Repubblica di Lecce, Giuseppe Capoccia, ha fatto la richiesta di archiviazione che è stata accolta dal Gip Annalisa De Benedictis a due anni della riapertura delle indagini chiesta dal legale dei genitori di Mauro, Gianni e Bianca.Le motivazioni “nel generale clima di latente omertà nell’ambito della comunità religiosa”, cioè i Testimoni di Geova, di  cui i genitori di Mauro facevano parte.

Le indagini erano state riaperte nel novembre del 2010 dopo la denuncia dei genitori in seguito alla quale era stato iscritto nel registro degli indagati con ipotesi di sequestro di persona un barbiere ex amico della famiglia. Successivamente la storia di Mauro si era intrecciata con quella di Vito Paolo Troisi, suo coetaneo; giocavano insieme quel pomeriggio del 21 giugno del 1977. Ora Paolo Troisi, diventato un boss della Sacra corona unita e condannato all’ergastolo, aveva chiesto al Gip di essere ascoltato in quanto aveva delle rivelazioni da fare. Ma questa pista non ha trovato riscontri.

Il caso è chiuso. Non si rassegnano i genitori, non si rassegnano quanti trovano profondamente ingiusto che venga calato un velo sulla vicenda. È il caso dell’associazione “Penelope” che parla di “sconfitta delle istituzioni”. Non abbassare la guardia del ricordo e della richiesta della verità: è quanto si ricava anche da alcuni interventi sulla Rete.

Penelope tessé la tela per vent’anni, ma alla fine Ulisse ritrovò la strada per tornare a Itaca. I genitori di Mauro, tessendo ricordi, lo stanno aspettando da 35 anni. Ma per ora la strada per Matino sembra cancellata.

Oggi Mauro Romano avrebbe quaranta anni. Non si rassegnano i genitori che hanno perso gli anni dell’infanzia e della giovinezza del loro fi glio. Vorrebbero almeno recuperare quelli della maturità. «Non smettete di cercare Mauro» continuano a chiedere

Racale. Non c’è niente che possa fermare una madre e un padre che cercano la verità sulla scomparsa del loro figlio. E non importa nemmeno quanto tempo sia passato, né quanti giudici si siano già espressi.

Che fine ha fatto il nostro Mauro? sarà la domanda che Gianni Natale e Bianca Colaianni, i due genitori,  si faranno ogni mattina appena svegli e l’ultima la sera prima di dormire. Nessuno, quindi, si potrà meravigliare che di fronte alla decisione della Procura di Lecce di archiviare il fascicolo che riguarda la sparizione di Mauro, il loro figlio, i genitori si siano di nuovo opposti attraverso il lor avvocato, Ezio Garzia, che ha depositato  nella cancelleria del gip Annalisa De Benedictis, l’opposizione alla richiesta di archiviazione.

La procura intende archiviare il caso perché dal supplemento di indagini non sarebbe emerso nulla di concreto.Inutile, quindi,continuare.

Il caso del piccolo Mauro Romano è noto. Sparì nell’estate del 1977, il 21 giugno poco dopo essersi fermato a giocare con alcuni coetanei, elemento che è venuto fuori solo recentemente. Tra questi coetanei c’era anche Vito Paolo Troisi di Racale, ora nel carcere di Opera a Milano condannato all’ergastolo per un omicidio di mafia. Tutti i ragazzini che quel giorno giocavano con Mauro sono stati sentiti, tranne Troisi. Ora i genitori insistono sulla necessità di sentire la  sua testimonianza  che potrebbe rivelare circostanze importanti per la soluzione del caso.

Nel settembre scorso Troisi aveva scritto una lettera ai coniugi Romano in cui si legge:«Quel maledetto giorno, io con altri ragazzi stavamo giocando e poi Mauro è sparito. Vi voglio dire che sono un padre di famiglia pure io e che posso capire il dolore che vi portate dentro da tanti anni. Con Mauro eravamo buoni amici, giocavamo molto spesso insieme» Poi  Troisi dice che in seguito si è ricordato di un episodio e parla di «un incontro con un giudice di Milano per dire di quell’episodio che mi sono ricordato» Solo che successivamente ha fatto sapere attraverso il suo legale che «Sulla scomparsa del piccolo Mauro non so nulla. Tutto quello che sapevo l’ho già detto».

Le cose, quindi stanno a questo punto: la Procura che ritiene che nuove testimonianze non possano aggiungere niente e la tenacia dei genitori che si appellano al minimo indizio, alla più piccola speranza per sapere finalmente la verità.

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...