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San Simone (Sannicola) – Duemilaottocentodiciannove metri quadrati distribuiti su tre piani con vista mare di Gallipoli e un parco di un ettaro con alberi ad alto fusto; oltre al chiostro, all’auditorium e ad un ampio terrazzo, conta 39 camere di cui 30 con servizi igienici: spogliato da richiami spirituali e dal senso di quiete che ancora oggi ispira, l’Oasi francescana di San Simone viene richiamata in questi giorni citando dati  tipici di uno studio tecnico o commerciale, insomma di qualcuno che ne sta curando la vendita. Perché di questo si tratta.

L’oasi religiosa, denominata precisamente “San Bonavertura, si erge sulla serra accanto al monastero ancora oggi occupato dalle Carmelitane Scalze di Santa Teresa. Quello francescano è invece disabitato da più di cinquant’anni e versa in uno stato di abbandono (alcune iniziative estive si sono tenute negli ultimi anni nell’ampio piazzale davanti al sagrato. “Finito di costruire nel 1917, è stato poi abitato dai frati francescani sino alla fine degli anni ’60 – ricorda l’86enne don Luigi Tarantino, cappellano nell’adiacente monastero delle Carmelitane Scalze – quando anche l’ultimo frate rimasto, (padre Francesco Gaballo il suo nome) non se ne andò pure lui, raggiungendo i confratelli nella vicina Casarano”.

L’imponente struttura è rimasta nella disponibilità della Curia provincializia di S. Antonio a Fulgenzio (Provinciale padre Tommaso Leopizzi), che però non ha le risorse economiche per una radicale manutenzione straordinaria e per un restauro. Del complesso fanno parte anche due garage e la residenza del custode di circa 100 metri quadri, tra cipressi, ulivi, carrubi, eucalipti e pini. Edificato per volontà del frate Damiano Venneri, intorno al 1965 era stato ampliato.

Davanti a questo quadro, reso ancor più oneroso per via del declino delle vocazioni, i francescani hanno cominciato a valutare le offerte. Si para di un imprenditore di Tuglie e di una società di Copertino. La cifra intorno a cui si starebbe trattando è di 900mila euro. Anche davanti a questa cospicua entrata nell’Ordine non mancano le resistenze, in particolare dei frati di Galatone.

Hanno collaborato Maria Cristina Talà e Amleto Abbate  

carabinieri-arrestoNARDÒ.  In tutto il 2014, che sta ormai per finire, l’unica denuncia di una vittima del racket delle estorsioni è arrivata il 25 settembre da Nardò. Il segnale, se da un lato dimostra la volontà, sia pur largamente minoritaria, di resistere al racket criminale, dall’altro certifica che il sistema estorsivo agisce e prolifera nel silenzio più assoluto delle stesse vittime. Significativa in questo contesto la tempestività del comune di Nardò che si è subito schierato al fianco dell’imprenditore che ha saputo trovare il coraggio di reagire. “Esprimo vicinanza a nome mio personale e a nome dell’amministrazione comunale di Nardò all’imprenditore che rifiutando una richiesta estorsiva ha denunciato gli autori del reato, senza lasciarsi intimidire dalle minacce”: è sceso così in campo a fianco dell’ennesima vittima del racket e suo concittadino il Sindaco Marcello Risi, dopo l’operazione delle forze di polizia che ha portato all’arresto di F.L., 45enne di Lecce e di un altro neretino, il 31enne A.C. “Esprimo, inoltre, l’apprezzamento alle Forze dell’ordine e alla Squadra mobile di Lecce, guidata dalla dott.ssa Sabrina Manzone – ha aggiunto il primo cittadino – per aver tempestivamente agito, con scrupolo e professionalità, a tutela dell’impresa minacciata. Il racket dell’estorsione si combatte e si sconfigge in un solo modo: con l’immediata denuncia degli estorsori. Se dovessero verificarsi fatti di estorsione nella nostra città , l’amministrazione comunale valuterà anche la costituzione di parte civile contro i presunti autori”.

Le indagini erano partite a fine settembre, esattamente nella mattinata del 25, quando il padrone dell’impresa edile si era presentato alla polizia per denunciare il tentativo di estorsione avvenuto nel pomeriggio del giorno precedente. “Datemi 5mila euro, servono per far mangiare gli amici”, aveva detto il leccese che si era presentato come “il sogliola”, all’operaio con cui aveva parlato in assenza del titolare dell’impresa. Lo stesso 25 settembre, a denuncia già depositata, i due malviventi si erano ripresentati sul cantiere, minacciando di incendiare gli automezzi necessari per i lavori, se non fossero state soddisfatte le loro richieste.

In poco più di due mesi, con appostamenti e osservazioni dei movimenti degli estorsori, gli investigatori sono riusciti a identificare sia “il sogliola”, sia l’uomo che era al volante di un’auto di grossa cilindrata, accompagnatore del leccese e che risponderebbe ai connotati di A.C.. In una fase delle pressioni per ottenere il denaro, F.L. avrebbe aggiunto alle minacce anche quella della vendetta: “Se mi prendono mi faccio sette anni ma poi appena esco mi vendico”.
L’imprenditore coraggioso era stato messo anche per questo sotto protezione.

GALLIPOLI. Una vita legata alla sua impresa ormai andata in malora. «Sono vittima di sentenze ribaltate e interessi in odor di anatocismo», lo sfogo e l’indignazione di Michele Crudo. E un’attività imprenditoriale di rilievo, in campo edile e soprattutto delle opere marittime che adesso è stata stroncata del tutto, nel 2009, dopo che istituti creditizi, amministrazioni appaltanti e rapporti degli enti bancari hanno chiuso i ponti. Un colpo letale per l’imprenditore Michele Crudo, ormai stabilito nella sua residenza gallipolina in via Goldoni che prosegue nella sua battaglia legale e giudiziaria contro gli istituti di credito, con un patrimonio immobiliare di circa un milione di euro, di cui  è stato di fatto confermato il pignoramento. Si tratta di una abitazione a Gallipoli, di un’altra casa a Brindisi e di una villa su due piani in zona Casale, oltre a diversi terreni tra Alezio, Ugento e Porto Cesareo ora destinati, a gennaio, alla vendita giudiziaria.
La storia parte dal marzo del 1982 quando Michele Crudo sottofirmava un atto di fidejussione bancaria a favore del proprio genero per un importo di 80milioni delle vecchie lire. Ma qualcosa negli anni a venire va storto sulla movimentazione del conto corrente del congiunto. Nel 1993 il Tribunale di Lecce ingiungeva a Michele Crudo, in qualità di fideiussore, il pagamento di circa 190 mila euro per la scopertura bancaria sul conto oltre agli interessi conteggiati con tasso del 19%. Da qui il lungo calvario.

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