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donne e violenza

Gallipoli – Un sorriso, un vademecum ed uno scambio di battute per ricordare che dire “no” è possibile. Nel giorno di San Valentino, insieme agli auguri per gli innamorati, il “Progetto camper” della Polizia di Stato ha fatto tappa a Gallipoli, in piazza Carducci e poi nelle scuole (Polo 2 e liceo “Quinto Ennio”), per informare e far riflettere sulla violenza di genere anche quanti credono di essere lontani da tali situazioni. “Questo non è amore” è il tema della campagna di sensibilizzazione che, soltanto dallo scorso luglio, ha permesso a quasi 19mila persone di avvicinarsi ai camper della Polizia non solo per curiosare e chiedere informazioni, ma spesso anche per denunciare situazioni insostenibili. «Insieme alle richieste di aiuto aumenta anche la consapevolezza nelle vittime che c’è chi lavora al loro fianco. Non occorre avere paura nel denunciare. Sperata questa’ansia le istituzioni sono vicine a chi vive situazioni di sofferenza, fisica o psicologica, e crede di non poterne uscire. La Polizia, i centri antiviolenza e i servizi sociali hanno personale specializzato, sale d’ascolto protette e quanto occorre per fornire un supporto concreto alle vittime», ha affermato Marta De Bellis, dirigente del commissariato di Pubblica sicurezza di Gallipoli, in piazza accanto agli agenti ed ai rappresentati delle associazioni impegnate in questo delicato settore. Tra questi il centro antiviolenza “Renata Fonte” di Lecce, in piazza Carducci con la presidente Maria Luisa Toto, e “Il Melograno” di Parabita (telefono 328/8212906), presente con la psichiatra Liliana De Maria (di Gallipoli) e l’avvocato Paola Sperti (di Tuglie).

Il ruolo dei centri antiviolenza – Se le denunce aumentano (1522 è il numero gratuito attivo 24 ore su 24 con operatrici specializzate le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking), resta la consapevolezza che ciò che rimane sommerso è ancora tanto. «Occorre evitare il rischio della “normalizzazione del fenomeno”. Noi lavoriamo molto nelle scuole, partendo dalle materne, per educare e far riflettere già in classe su alcuni codici di comportamento. Poi – afferma Liliana De Maria – ci sono i progetti di “alfabetizzazione emotiva” con i quali cercare di far comprendere l’importanza di gesti e atteggiamenti che, se prevaricano, normali non sono e non devono passare come “accettabili”». Le fa eco Paola Sperti: «I ragazzi sono molto sensibili e curiosi, rispondono bene se stimolati. Un tratto comune è quello della percezione della violenza che loro, da giovani, considerano solo per ciò che riguarda l’aspetto fisico più eclatante, magari l’occhio nero, e spesso non sono consapevoli che l’aspetto psicologico può avere una rilevanza uguale se non maggiore».

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