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Nandu Popu e Mirko Grimaldi incontro in redazione 26-9-2011 (6)

Incontro in redazione tra il prof. Mirko Grimandl (primo a sinistra) e Nando Popu con il direttore e la redattrice Maria Rosaria De Lumè.

Chi non muore si rivede… È il proverbio più adatto per sintetizzare la sorte toccata ai dialetti. C’è stato chi ha previsto che i dia- letti, agonizzanti, sarebbero scomparsi intorno al 2030. Non manca molto, ma intanto i dialetti dimostrano una vitalità e una dinamicità inaspettata: e soprattutto la capacità di essere sfruttati, insieme all’italiano, nei contesti più inaspettati e con i mezzi più imprevisti. È vivo nella realtà linguistica dei parlanti: fumetti, enigmistica, nomi di locali, trasmissioni radio, pubblicità in TV, CHAT e SMS (dove viene sfruttato per rendere più efficaci effetti come l’ironia o stati emotivi particolari), letteratura giovanile regionale sono intrisi di tratti dialettali. Ciò significa che ormai i parlanti dominano italiano e dialetto alla pari e li sfruttano a seconda delle esigenze della conversazione. Questo fatto è stato intuito sin da subito da un giornale a vocazione locale come Piazza Salento che ha saputo sapientemente bilanciare la propria scrittura e comunicazione fra la lingua standard e le esigenze del pubblico di riappropriarsi della propria cultura dialettale, senza cadere negli eccessi identitari che ultimamente ci vengono propinati. Di questo va dato merito al suo Direttore e a tutti i suoi collaboratori!

La morte dei dialetti, si diceva. Proprio quelli della mia generazione, nati a metà degli anni ‘60, che dovevano celebrare i funerali del dialetto (vissuto come un marchio d’ignoranza, una colpa da espiare se si voleva fare strada nella vita), sono stati coloro che, inosservati, si sono fatti promotori del recupero dei dialetti innestandolo in forme nuove. Nel nostro caso, insieme ad altri gruppi in Italia, i salentini Sud Sound System sono stati i primi che, in modo consapevole, nei primi anni ‘90 hanno riallacciato legami con una tradizione e una cultura fondata sulla percezione della parola, e sulla sua relativa gestione: l’oralità che si stava perdendo. In una forma nuova è ritornata la peculiarissima capacità di improvvisare e insieme conservare un testo, di farne oggetto tanto di una trasmissione sociale, impersonale, quanto di
una serie illimitata di esecuzioni individuali ricorrendo a una mistura efficacissima di codice basso (dialetto) e codice (alto) italiano. Come ho avuto modo di scrivere in diversi lavori, i dialetti possono essere assimilati a un fenomeno carsico: sembrano scomparire, ma poi riemergono con più forza dove non ce li aspettiamo. Che cosa li rende così resistenti? Forse il fatto, che al contrario dell’italiano non sono mai stati irreggimentati in una grammatica scritta e quando i parlanti percepiscono che la lingua insegnata a scuola non può più offrire risorse espressive ricorrono al dialetto, adattabile, modulabile a piacimento. Purtroppo non tutti i fenomeni legati al recupero delle tradizioni dialettali hanno avuto l’effetto dell’operazione dei Sud Sound System. Penso alla Notte della Taranta che doveva ricontestualizzare e inventare nuove politiche delle tradizioni: fare marketing del territorio. La realtà è sotto gli occhi di tutti: l’evento culturale più importante per il territorio salentino è ridotto a esercizi di (ri)arrangiamento e contaminazione di generi. Il tutto si esaurisce nella dimensione spettacolare di massa: senza che la massa si possa riappropriare delle proprie radici, di una realtà in cui lingua, dialetto e identità erano un tutt’uno. In un sistema Salento che fagocita tutto in quel puerile autocompiacimento che da secoli ci fa stare immobili sulla soglia di casa con la coppola in testa e lo sguardo fisso nel vuoto ad aspettare che qualcosa accada anche l’esperienza della Notte della Taranta è rimasta vittima del suo stesso morso.

Fossimo solo riusciti a far capire alle giovanissime generazioni che il morso della taranta non era reale, ma che in quel simbolo, in quel rito, in quella musica i nostri antenati cercavano disperatamene una via di scampo da una condizione umana miserrima, sarebbe stato un bel modo per sovvertire l’eterno stato di lucida immobilità che faceva dire a Bodini di noi salentini: […] Solo noi / viviamo come dati insolubili che non maturano. / Siamo nati dicendo “a priori” nel fondo delle case, senza confessare / la sorpresa in un pianto nuovo / e ci è destino rimpiangere / fin le cose che abbiamo / qui, vicino a noi, come se fossero / miglia e miglia remote […].

Professore di Linguistica, originario di Taviano, e direttore del Centro di ricerca interdisciplinare del linguaggio

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