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cosimo prete

PARABITA. Un milione e 290mila euro prelevati da un libretto postale in un giorno solo. Un’operazione (alquanto) sospetta, quella effettuata nel 2012 in un ufficio postale di Locri, in Calabria, che ha messo in allarme Poste Italiane e fatto scattare la segnalazione in Procura. Quel raggiro, è emerso poi, era solo uno dei tanti brogli messi a segno, con la complicità di alcuni dipendenti dell’azienda. Tra le sei persone finite nei guai, il provvedimento più duro è stato quello preso ai danni del parabitano 55enne Cosimo Prete (foto) fino a qualche tempo fa responsabile dell’Area consulenza dell’ufficio postale locale. Ai domiciliari sono finiti, invece, altri cinque, ritenuti a vario titolo suoi complici (M.A. di Cellino San Marco, P.A. e S.D.M di Roma, L. C. e A.S. di Casavatore). Prete, sindacalista, dirigente sportivo ed ex assessore comunale,  è accusato di truffa aggravata ai danni della Pubblica amministrazione, falso materiale e frode informatica; gli altri di concorso in riciclaggio.
Le indagini, condotte dalla Polizia giudiziaria della Procura di Lecce, dalle Squadre mobili di Lecce, Napoli e Roma, insieme alla Polizia postale, hanno portato alla luce una serie di operazioni a catena con le quali è stato dilapidato il conto corrente intestato ad una donna calabrese di origine eritrea. Prima è stato duplicato il suo libretto, cointestandolo ad una persona che oggi risulta indagata a piede libero. Sulla copia “fantasma” sarebbero stati trasferiti poi 437mila euro, altri 800mila euro sarebbero stati convertiti in buoni fruttiferi postali mentre 52mila euro sarebbero stati consegnati quella sera stessa ad un autosalone leccese, per l’acquisto di una Bmw. Il restante bottino sarebbe stato poi diviso tra i sei complici. Dalle indagini, è emerso anche che Prete (difeso dall’avvocato Alfredo Cacciapaglia, sindaco di Parabita) non sarebbe nuovo ad episodi di questo tipo. Altre 14 persone sarebbero state truffate per mano sua, con un ammanco pari a 190mila euro, nell’ufficio postale di Parabita. Approfittando del ruolo di consulente finanziario e del rapporto fiduciario con molti suoi compaesani, maturato anche nella sua esperienza politica di assessore (dal 2005 al 2010) e nella lunga parentesi di sindacalista, Prete – recita l’accusa – si sarebbe fatto consegnare ingenti somme di denaro, rilasciando attestati di investimenti e obbligazioni. Moduli, secondo gli investigatori “fasulli e mai registrati, che servivano solo a intascare il denaro”.
Prete viene tirato in ballo da Luigi Compagnoni, il sarto oggi 88enne condannato a dieci anni per pedofilia (la madre della vittima dei suoi abusi uccise, nel 2007, Jole Provenzano, moglie di Compagnone), che lamenta un raggiro da 650mila euro. «Sono stato ingenuo. Mi sono fidato di chi diceva di essere il nipote della titolare del conto», ha affermato Prete nell’interrogatorio.

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