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consumo di suolo

Negli anni Cinquanta il consumo di suolo interessava circa 8.100 chilometri quadrati l’anno; oggi è quasi tre volte tanto, esattamente 21mila. Che cosa comporta ciò? «Le conseguenze sociali, economiche e ambientali che l’eccessivo consumo del suolo continua a produrre – dice il prof. Bernanrdo De Bernardinis, dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) – sono ormai note a livello scientifico e politico, per questo Ispra continua a seguire l’evoluzione storica, le cause e gli effetti con il Rapporto annuale».
Quello pubblicato nel maggio scorso nell’Anno internazionale del suolo e relativo al 2013 (molte e frammentate le fonti informative e le competenze), assegna alla Puglia, al Salento e, dentro quest’ultimo, alla fascia jonica, una delle maglie nere da condividere con altre cinque-sei  realtà in Italia. La provincia di Lecce ha divorato ben 33.285 ettari in quell’anno.

Ma il fenomeno, negativo, risale negli anni come spiega Maurizio Manna (in basso nella foto), direttore di Legambiente regionale: «Prosegue la nefasta tendenza alla programmazione gonfiata sia demografica che per “lo sviluppo”, iniziata con gli anni Ottanta. Qualche esempio? Le tante aree industriali e artigianali enormi ma semivuote, come quelle di Gallipoli, lungo la statale 274,  quella di GalatoneNardò o di Casarano. Capannoni e strade hanno impermeabilizzato ettari ed ettari terreno una volta agricolo; come certi insediamenti residenziali nuovi  (Manna indica la Peep 3 di Gallipoli) col contemporaneo progressivo svuotamento del centro storico e con costi per i servizi urbani molto alti. Oggi le tendenze più accreditate (Regione compresa), sono per il recupero del patrimonio esistente. Fino alle zone costiere, cementificate in alcuni tratti a tal punto che “il parco naturale di Ugento è il meno riconoscibile tra i parchi della nostra zona”.

L’uso ed abuso antieconomico del terreni agricoli aggiunge Marcello Seclì (in alto nella foto) di Italia Nostra: «Le doppie e triple case in campagna hanno creato povertà, divorato risparmi e depauperato il patrimonio  di un settore primario che doveva invece essere messo in grado di produrre prodotti di qualità con attività ecosostenibili. Non ho sentito candidati alla Regione occuparsi di tutto questo».  Uguali le spinte che hanno portato questo fenomeno lungo le coste, le joniche in particolare.

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