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SANNICOLA – Appuntamento giovedì 16 novembre in via Roma a Sannicola, nella sede dell’associazione Metoxè, presieduta da Simona Mosco, per la presentazione del libro “Sono libera dentro” di Ada Fiore. L’opera nasce dall’esperienza dell’autrice (docente di Storia e Filosofia e già sindaco di Corigliano d’Otranto) all’interno del carcere di Lecce dove ha insegnato filosofia alle detenute. Le riflessioni riguardano le stagioni associate ai sentimenti: amore-primavera, estate-amicizia, tempo-autunno e inverno-libertà. Analizzati i testi filosofici assieme alle detenute sono poi stati affrontati con esse i temi. Ogni capitolo termina con tre domande esistenziali. La serata sarà presentata da Valentina Manzo. Ciascun libro contiene una cartolina che potrà essere spedita alle detenute del Borgo San Nicola rispondendo ad una delle domande esistenziali poste nell’opera.

 

ex carcere (5)GALLIPOLI. Proprio in questi giorni sono ripresi i lavori presso l’ex carcere mandamentale (foto) che si affaccia sulla baia meridionale del centro storico. Nell’immobile che si trova quasi di fronte ad un noto ristorante (i proprietari sono in effetti gli stessi) sorgerà un albergo a quattro stelle a cura della “San Domenico srl” che l’ha acquisito nel 2005 (atto di compravendita del 23 dicembre).
Ma l’ex carcere è adesso al centro di una richiesta avanzata dalla società citata, la quale il 27 novembre 2014 ha fatto presente al Comune, proprietario dell’adiacente ex convento, che l’incuria degli ambienti del primo piano ha provocato danni al proprio immobile ed ha anche consentito l’ingresso di ignoti ladri attraverso un terrazzo confinante e i locali della ex Media.

Per evitare problemi di infiltrazioni di umidità e di acque piovane, la “S. Domenico” ne chiede la concessione in locazione per 20 anni ad un canone da concordare, con l’impegno di provvedere al risanamento del lastricato solare e dei canali dell’acqua piovana. La richiesta però si avvia ad essere respinta. Il piano di rigenerazione urbana del centro storico infatti prevede per quel complesso pubblico un uso altrettanto pubblico; per cui l’Ente locale provvederà a manutenere aree e locali indicati per evitare le conseguenze denunciate dalla società gallipolina (spesa prevista 8mila euro).

Alliste. Cocaina come caramelle o gomme da masticare. Colpisce nella cronaca di quest’ultimo periodo la frequenza con cui vengono fermati consumatori e spacciatori di cocaina di tutte le età e di ogni classe sociale. Operai, imprenditori, professionisti, la polvere bianca accomuna tutti. C’è da dire che sempre più attenta e rigorosa è l’opera di contrasto delle forze dell’ordine che vigilano sul territorio. Nel panorama salentino non fa eccezione Alliste.

Nei giorni scorsi, infatti, sono stati trovati in possesso di cocaina due giovani allistini. Il primo, Tomas Manni (foto), operaio 31enne, incensurato che è stato arrestato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti,  e un 18enne sempre del posto che è stato denunciato a piede libero per il medesimo reato.  I carabinieri avevano visto in una zona periferica del paese Tomas Manni vicino alla sua auto che dava l’impressione di aspettare qualcuno. Che era il 18enne con cui Manni scambiava qualcosa. La successiva perquisizione permetteva ai militari di trovare addosso al 18enne un involucro con 5 grammi di cocaina e nel giubbotto di Manni 4 grammi di cocaina e 875 euro in contanti. Denuncia a piede libero per il primo e Borgo S. Nicola per il secondo.

In questo ultimo periodo Alliste è stata teatro anche di furti frequenti. Il più consistente si è avuto al supermercato “Standard”, in via Marina. I malviventi si sono introdotti nel locale dalla porta secondaria e hanno portato via  prodotti dolciari e altri vari alimenti in quantità. Precedentemente erano stati presi di mira i distributori di bevande nelle scuole, il bar “Kalimba”, la pizzeria “Paradise”, numerosi appartamenti di cittadini.

Materiale sufficiente per allarmare il paese.

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Alberto Nutricati nella foto di Luigi Manco

«Ero prigioniero e siete venuti a trovarmi». Quando, lo scorso 17 novembre, io e gli amici della Compagnia musicante siamo partiti alla volta del carcere di Taranto, non sapevamo cosa ci aspettasse. Certo, noi avremmo dovuto suonare, questo era chiaro, ma quello che non riuscivo a immaginare era cosa e chi avremmo trovato. Una volta varcata la soglia della casa circondariale, le sbarre, le alte recinzioni, il filo spinato, le barriere fisiche e soprattutto mentali, tutto si è smaterializzato dinanzi al potere evocativo della musica.

Non è semplice per chi è abituato a firmare resoconti giornalistici, spesso freddi e distaccati, scrivere in prima persona di un’esperienza così toccante.

Tanti, troppi giovani affollano le carceri italiane e quella tarantina non fa eccezione. È giusto che chi sbaglia paghi, ma è anche vero che a nessuno debba essere negata una seconda opportunità; un’opportunità che può passare anche attraverso la musica.

E pensare che la nostra partecipazione era in forse a causa del grave ed improvviso lutto che ha colpito il fondatore del gruppo, Lele Ungherese. Poi, però, pur con il lutto nel cuore, ha vinto la solidarietà… Il concerto “Insieme nella musica” è nato dalla collaborazione tra le associazioni “Il Ponte” e “Ateneo della chitarra”, quest’ultima diretta dal maestro Pino Forresu, che ha curato un laboratorio musicale all’interno della casa circondariale. Nel nostro excursus nella tradizione musicale salentina, siamo stati affiancati da Francesco, uno dei detenuti che ha frequentato il corso di chitarra. Vedere la platea partecipare al concerto, scandendo il ritmo con piedi e mani, accogliere tra di noi Francesco, come se fosse da sempre stato un “compañero”, è un messaggio che vale più di mille parole. Segno evidente di come la musica superi ogni tipo di ostacolo.

Alberto Nutricati

Parabita. Per i carabinieri, la parola “auto” significava “droga”; “sutta la porta”, così chiamato il punto di ritrovo di tutti i parabitani, era invece la porta di casa dello spacciatore. Errori di interpretazione delle intercettazioni e Emanuele Nassisi, è finito in cella senza sapere perchè.

I capi d’imputazione li ha conoscosciuti solo dal giornale. Notti insonni, sul letto a castello, a pochi centimetri dal soffitto, in attesa di sapere qualcosa in più. Di poter finalmente venir fuori da quell’incubo. Emanuele Nassisi, un ragazzo di Parabita, viveva la sua vita come tanti trentenni coetanei del suo paese, quando, per uno sbaglio nell’interpretazione di alcune intercettazioni, all’improvviso si è visto stravolgere la vita.
I carabinieri hanno fatto irruzione nella sua abitazione all’alba. Poi, dopo una perquisizione, senza nessuna spiegazione, lo hanno spedito in prigione, in custodia cautelare.

«Sono stato portato in carcare il sabato e fino al martedì successivo nessuno mi ha detto niente. All’inizio pensavo fosse uno scherzo – racconta Emanuele – poi, ho iniziato a pensare che tutto si sarebbe risolto nel più breve tempo possibile, alla fine non ci volevo credere. Leggendo il giornale ho capito di cosa mi stavano accusando: associazione a delinquere, spaccio internazionale di droga e di armi. Ho provato tanta rabbia nel constatare che era tutto falso».

Nassisi è molto conosciuto in paese, artista della pietra leccese, le sue opere le esporta in tutto il mondo, è socio in tante associazioni (pure quella dei carabinieri), è stato impegnato anche in politica.

«Tutti sanno bene chi sono – continua – non ho mai avuto problemi con nessuno. A mettermi nei guai sono state le intercettazioni delle telefonate avute con Massimo Donadei, per la compravendita dell’auto. Ed hanno legato la mia attività lavorativa in tutto il mondo con chissà quale giro internazionale di droga. Solo dopo tanto tempo il giudice ha ammesso l’errore».

Due mesi hanno lasciato il segno. «I compagni mi hanno trattato bene – si sfoga Nassisi – ho conosciuto altre persone che come me stavano dentro da innocenti, vittime dello stesso errore. Stare lì non è bello, vedersi chiuso dientro le sbarre mi ha segnato. Ora, di notte, anche il rumore e i lampeggianti del camion dei netturbini mi fanno rivivere la stessa paura. Ed anche la vista dei Carabinieri ora mi turba».

Per questa triste vicenda è stato costretto a rimandare il matrimonio, si sarebbe duvuto sposare il 25 giugno. «Potete immaginare cosa significa spostare data per la chiesa e il ristorante. La mia famiglia mi è stata vicina, anche se i miei permessi per incontrarli erano ridotti, perchè ritenuto pericoloso – dice Nassisi -, inoltre ho perso tanti clienti, avevo dei lavori da consegnare urgentemente, e hanno provveduto in altro modo. sarei dovuto partire anche in Brasile ed è saltato anche quel lavoro. Ho subito un danno all’immagine ed ora devo recuperare».
L’avvocato Luigi Suez sta già provvedendo a chiedere un risarcimento.

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