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canti popolari

Tramonto “corto” a Gallipoli (foto di Emiliano Picciolo)

Hanno a ben dire gli astronomi che il giorno più corto dell’anno è il 22 dicembre, cioè il solstizio d’inverno, quando  il sole raggiunge la declinazione più bassa dell’anno (-23° 26′), la cultura popolare sostiene invece che è il 13 dicembre, il giorno dedicato a S.Lucia. “S. Lucia, la cchiù curta dia“, “S. Lucia, nuttata cchiù llonga ca cci sia“. E un briciolo di verità viene riconosciuto in questo detto: se  si guarda il momento dell’anno in cui il sole tramonta prima è proprio a cavallo del 13 dicembre. Subito dopo il giorno lentamente cresce. E infatti “Santa Lucia lleva a lla notte e mmina alla dia” anche se in piccole porzioni: “De Santa Lucia alla strina, lu ggiurnu crisce ‘nu pete de caddhina”.  Altro detto che definisce l’aumento delle ore di sole, questa volta i punti di riferimento sono il Natale e la Candelora, 25 dicembre e 2 febbraio: “De Natale a lla Candelora, la sciurnata se llonga de n’ora”.

Come deve essere il Natale, secco o piovoso? La cultura popolare non ha dubbi: “Natale siccu, massaru riccu“, “Natale ssuttu e Ppasca mmuddhata, se oi viti la villana mpupazzata”, “Natale ssuttu e Ppasca muttulosa, se oi vvegna la nnata crazziosa; Natale lucente e Ppasca scurente, se oi cu vegna bbona la simente”; Natale a llu limmatare, Pasca a la cantune, se oi chinu lu cistune”.

Fino a Natale l’inverno, di solito, non si fa sentire, dopo arriva il freddo: “Fenca a Natale, né friddu né fame; de Natale a nnanti, tremanu li capasuni ca stannu vacanti”  oppure (rimane simile la prima parte) ” tremano li nfanti”. A S. Silvestro i detti popolari raccomandano:”De santu Sulivesciu, porta la strina allu mesciu”

E poi la constatazione che con l’Epifania finiscono tutte le feste anche se qualcuno si ribella.”De Pasca Bbifania, ogne festa pija via; rispunne la Candilora: nc’ete la mea ancora ; poi dice santu Pati. e la mea a ddu la lassati?” oppure intervengono altri santi:  “De Pasca Bbifania, tutte le feste vannu via: se ota santu Subbastianu:nci su’jeu lu capitanu; se ota santa Acatedda:nci su’ jeu, la verginedda; se ota la Candilora, ci suntu jeu ncora” .


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Era il 1934 e la sezione corale del Dopolavoro di Gallipoli partecipa alla II Mostra del mare nell'ambito della V Fiera del Levante. In occasione del Convegno nazionale della pesca meccanica ecco la raccolta di canti "tramandati di generazione in generazione" e cantati dal popolo

Simu salentini. Le canzoni popolari, da sempre, hanno affascinato i gallipolini. In questi canti il popolo si immedesimava nella realtà della vita quotidiana e al canto affidava le sue speranze, i suoi miti, le sue infinite tribolazioni, la sua arguzia, la sua amarezza, il suo riso scintillante. Il tutto espresso con il dialetto piegato a tutte le necessità dell’espressione, ricco di sfumature, ora tagliente, ma sempre armonioso.

Ecco allora che, pur improvvisando i versi, bastava una semplice chitarra e una buona voce per dedicare, magari sotto la finestra e al chiaro di luna, una bella e romantica “serinata”. Salvo incidenti di percorso, sotto forma di “sicchi t’acqua”,  da parte di vicini di casa infastiditi da quel, a volte, lamento.

Nicola Patitari che è stato tra i massimi poeti gallipolini dell’800, si cimenta nella canzone e compone una poesia “Baccu Tabaccu e Venere” da musicare. In questa canzone, come scrive Federico Natali nella sua pubblicazione “Nicola Patitari – Poeta dialettale gallipolino dell’800” “c’è l’espressione della più congeniale e schietta filosofia del Patitari che si configura come serenità di una vita semplice sottratta alle tentazioni della grandezza e del prestigio, dell’avidità di onori e ricchezza e confortata solo da un sano edonismo e da un contenuto erotismo”

La canzone fu composta e cantata per la prima volta in occasione della Festa del mare nel 1890 in onore di Antonietta de Pace. Pare addirittura che lo stesso poeta la volle cantare accompagnato da mandolini e chitarre, seduto su una barca con la luna che faceva scintillare il leggero sciabordio, a ridosso del ponte, mentre la stessa eroina passava da lì. Successivamente alla canzone è stato cambiato il titolo diventato così banalmente “Rumasuje de mare”. Per molto tempo la canzone è stata attribuita ad autore anonimo. Ecco perché non porta il titolo originale.

Nel 1934 la sezione corale del Dopolavoro di Gallipoli, animatore Ettore Vernole, partecipa alla II Mostra del Mare nell’ambito della V Fiera del Levante. In occasione del Convegno nazionale della pesca meccanica, il coro, nel costume tradizionale dei pescatori gallipolini, si esibisce nell’esecuzione, si legge nel frontespizio dell’opuscolo, di “versi e nenie originali ed originari dei secoli scorsi, tradizionali fra i pescatori di Gallipoli,  tramandati di generazione in generazione, ed ancor freschi e vivi, e cantati dal popolo”.

Il popolo gallipolino con i canti esprime malinconia e angoscia, amore e nostalgia. Ma molto spesso s’intravede l’amore per il paese natio, come in “Barcarola”: “Spalanca l’occhi e resta stralunatu pe lu trisoru de baddizzi nc’è”. Temi ricorrenti  sono la vastità del mare, il silenzio argenteo delle notti di luna, il mormorio della risacca. “Quistu celu e quistu mare, su’ le cose le cchiù rare” Canzoni che spesso sanno di dichiarazioni d’amore per Gallipoli e per i frutti del suo mare, che solo ad assaggiarli, canta il Patitari nella sua canzone, danno felicità: “Ostrichi, rizzi, cocciuli e patedde; cuzziddi, carapoti e cannulicchi”

Canto di passione e sofferenza “Lu rusciu de lu mare” riconducibile alla tradizione gallipolina, con canto lento  e straziante, che meglio si addice alla storia. Infatti il canto narra di un amore impossibile tra la figlia di un re ed un soldato, nel periodo in cui Gallipoli era occupata da Turchi e Spagnoli, storici invasori di questa terra.

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