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la zona industriale di Matino

MATINO. La crisi del settore “Tessile-abbigliamento-calzaturiero” (il cosiddetto Tac) continua a colpire in maniera inarrestabile. Ultima azienda a cadere, in ordine di tempo, è stato il calzaturificio Anita srl di Matino. Nei giorni scorsi sono state avviate le procedure di licenziamento collettivo per i 26 lavoratori in organico: per loro, dopo il ricorso alla cassa integrazione, ordinaria prima e straordinaria poi, ci sarà la mobilità con la prospettiva di doversi guardare intorno alla ricerca di altro. Difficile, se non impossibile, che il Tac sia in grado, al momento, di assorbire altrove questa forza lavoro, spesso (per giunta) qualificata.

Dopo aver sfruttato tutti gli ammortizzatori sociali previsti dalla legge, e proprio in un periodo nel quale il ricorso a tali misure di sostegno diventa sempre più difficoltoso per le aziende, anche per il calzaturificio Anita (specializzato nella produzione e vendita all’ingrosso di calzature con sede in via Del Timo), è stata avviata la procedura che, in assenza di clamorose novità, porterà al licenziamento della manodopera. la mobilità è stata sottoscritta dalla Confindustria di Lecce e dalla Femca Cisl, l’unico sindacato dei lavoratori presente all’interno dell’azienda.

Alla base del provvedimento la stessa “perdurante crisi che attanaglia il settore” fatta valere da decine di altre piccole e grandi aziende del distretto di Casarano. Solo per restare a Matino, la crisi ha colpito anche la società cooperativa “Lavoro e servizi” (a rischio 58 posti) e la Romano spa, azienda detentrice del marchio Meltin’Pot, con 180 unità in cassa integrazione straordinaria e contratti di solidarietà per altri 40 al fine di evitare il licenziamento.

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La sede della Filanto

Casarano. La cassa integrazione c’è ma non si vede. I tanti lavoratori del settore tessile – abbigliamento – calzaturiero ormai fuori dal ciclo produttivo attendono, da alcuni mesi, il pagamento delle ultime indennità mentre dalla Regione giunge la notizia di una possibile proroga soltanto sino al mese di gennaio 2013 per la cassa integrazione in deroga.

Consapevoli delle risorse  sempre più limitate da parte di Stato e Regione, le aziende si sono subito adeguate ricorrendo sempre più spesso alle procedure di mobilità, l’anticamera dei licenziamenti.

Resta dunque l’attesa per capire se potrà essere effettivo l’accordo siglato negli ultimi giorni del 2012 tra il gruppo Filanto ed i sindacati per un altro anno di cassa integrazione straordinaria per procedura concorsuale (che dal 2016 verrà comunque abolita): sono interessati 114 lavoratori di Filanto spa, 132 di Zodiaco srl e 132 di Tecnosuole srl, considerate le tre società “storiche” del cosiddetto “cluster”, ovvero l’arcipelago di aziende medio-piccole sorte  dopo la disgregazione dell’azeinda madre proprio al fine di reintegrarne igli operai.

Intanto per i 22 lavoratori della “Italiana pellami”, sempre dello stesso gruppo Filanto, è stata avviata la procedura di mobilità dopo che l’accordo di collaborazione commerciale   con una società inglese (seguito a quello con un gruppo di cinesi)è sfumato proprio quando sembrava in dirittura d’arrivo.

Di certo la Regione ha già fatto sapere che per il 2013 non potranno essere garantiti i fondi per tutti gli ammortizzatori sociali richiesti. Lo sanno le aziende ed ormai anche gli operai. La riprova di ciò è nella proroga concessa, per ora, soltanto sino al 31 gennaio.

Tra i criteri selettivi potrà esserci anche quello che esclude dai benefici tutte quelle aziende che hanno beneficiato per almeno 24 mesi nell’ultimo triennio della cig in deroga.  La relativa clausola è stata, al momento, solo congelata (e non cancellata come avrebbero voluto i sindacati): a rimanere a bocca asciutta sarebbero tante aziende e molti lavoratori per i quali il futuro sarebbe segnato.

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Casarano. Le scarpe non hanno segreti per Antonio Parrotto, 45enne casaranese titolare dell’omonimo laboratorio nel quale “disegna” il prodotto finale direttamente sui piedi dei clienti. E comunque, ci tiene a precisare Parrotto, un conto è fare scarpe su misura, un’altro è fare ogni tipo di scarpa su misura.

Antonio Parrotto

Per realizzare un paio di scarpe occorrono in media 25-30 ore di lavoro, con 220 operazioni da effettuare su ogni singola calzatura. L’intero processo parte dalle misure del piede. Ogni scarpa, quindi, è perfettamente conformata all’anatomia del piede. Il loro costo parte dai 350 euro per salire anche in modo esponenziale, nel caso di un prodotto particolarmente ricercato e realizzato con pelli pregiate.

Parrotto è nel settore della calzatura dal 1982, dall’età di 15 anni. Oggi ha clienti in Svizzera, Germania ed in tutta Italia. «Ho voluto restare a Casarano – spiega Parrotto – anche a costo di partire penalizzato. Quest’attività, in una grande città, avrebbe avuto ben altra fortuna. Ma sono contento così. Non c’è nulla di più ripagante di un cliente che vede soddisfatte tutte le sue richieste, dopo essere giunto da me scoraggiato dal mercato e con la convinzione di non riuscire a trovare ciò che fa al suo caso».

La scarpa più grande mai realizzata da Parrotto? Una 56, ovviamente per un uomo. Per donna, invece, si è fermato “solo” ad un 45; una taglia praticamente introvabile per il gentil sesso che spesso deve, per questo, ripiegare su scarpe da uomo dicendo addio a tacchi, moda ed eleganza.

Alberto Nutricati

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Casarano. «L’attuale crisi delle grandi imprese calzaturiere? Era prevedibile almeno 40 anni fa». A parlare, con la franchezza di sempre, è Martino Nicolazzo, titolare della storica fabbrica di scarpe Elata fondata nel 1923 dal padre Salvatore. Lui la crisi non la avverte, almeno non come gli ex colossi del settore che gli stanno accanto: loro smobilitano mentre Elata fa indossare le sue creazioni ad artisti come Uma Thurman, Nicole Kidman, Richard Gere, Massimo Ranieri e altri ancora. I suoi 40 dipendenti sono, infatti, da sempre impegnati nella produzione di scarpe di qualità e per questo le commesse arrivano anche dalle grandi produzioni teatrale e cinematografiche internazionali.

«Ma le scarpe camminano, come affermava un mio cliente intendendo dire che le fabbriche si “muovono” dove la manodopera costa di meno: è stato sempre stato così basti pensare che in Inghilterra, patria della scarpe, di calzaturifici non c’è ne più. Ma quando si parla di riconvertire un’azienda occorre fare attenzione: un conto sono 50 operai, un altro 3500», afferma Nicolazzo.

La salvezza del settore però  c’è ed è nella scuola. «A livello nazionale la crisi del Tac non c’è: è solo da noi perché le aziende sono andate all’estero. Al nord – continua l’imprenditore – si lavora e per noi la strada porta alla Riviera del Brenta: hanno problemi di manodopera e sono disposti a formarla da noi. A Strà una scuola c’è da 80 anni, un esempio che stiamo cercando di riproporre».

Ma crisi è dietro l’angolo, anche per chi da sempre lavora con la qualità. «Abbiamo i nostri concorrenti e bisogna sapersi difendere. I tempi cambiano: basti pensare che una volta la primavera era d’inverno, quando si lavorava per la bella stagione con scarpe di tutti i colori. Oggi si vedono solo toni neri, marroni o laminato: chi ordina ha paura dell’invenduto», conclude Nicolazzo.

Voce al Direttore

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Ora che è passata la festa – giusta: logistica adeguata a compiti delicati e decisivi per il grado di vivibilità – possiamo tentare...