«Cicerone a me?! E tu si’ nu pasulu»

by -
0 778

Marco Tullio detto Cicerone

Simu salentini. Ormai da decenni è in atto, e in questi ultimi anni in maniera ancora più accentuata, un processo di omologazione culturale capace di cancellare o ridurre a semplice icona la memoria storica e con essa anche la lingua che ne garantiva la vivacità e la trasmissibilità.

Tutto è ormai agitato nel gran frullatore televisivo che annulla le distanze non solo geografiche, rende presente quello che è lontano nello spazio e nel tempo, offrendoci tutto in una lingua, la nuova koinè televisiva, che elimina le differenze. Se è quindi incontestabile che la televisione ha portato anche nel centro più sperduto la lingua italiana, sicché è difficile che ci sia una comunità che non capisca l’italiano e non lo parli, è anche vero che l’italiano è ormai diventato indifferenziato, visto che si ispira ad un unico modello, quello televisivo.

È successo tutto nell’arco di pochi decenni: dalla necessità di insegnare a leggere e scrivere attraverso la tv perché “Non è mai troppo tardi” per farlo, all’apprendimento diffuso di una lingua comune, limitata nel lessico, che ha fatto fuori non solo un certo numero di vocaboli considerati ormai desueti o addirittura incomprensibili ai più, ma anche quella capacità di definire sfumature e caratterizzazioni, propria del linguaggio.

Alla omogenizzazione della lingua italiana si contrappone la ricercatezza creativa del dialetto capace di cogliere contemporanemente, usando impropriamente i termini di verleniana memoria, la sfumatura e il colore, dando origine ad una lingua corposa, definita, differenziata perché nutrita dall’uso comune e sostanziata dalla consapevolezza di appartenere ad una comunità.

Leggende legate al passato mitico, stornelli, canti di lavoro e di passione, serenate, cunti, tutto un patrimonio di cultura popolare che ora viene riscoperto e portato alla luce.

Di questo mondo fanno parte anche le ’ngiurie, ‘ngiurite, soprannomi che permettevano alle persone di riconoscersi nella comunità di appartenenza e di identificarsi in essa. Succedeva anche a Roma dove il grande Cicerone era chiamato così da un’escrescenza sul naso simile ad un cece, o a Scipione veniva aggiunto l’”Africano” per ulteriore segno di distinzione all’interno della gens.

Dai soprannomi di un intero paese a quelli singoli: il percorso era sempre nel senso della definizione sempre più sottile, in relazione spesso a fragili elementi sia fisici che caratteriali. Ci sono ancora i soprannomi? Con l’incremento demografico e l’allargarsi delle famiglie i soprannomi sarebbero dovuti diventare un segno distintivo ancora più necessario che nel passato. Non è stato così.

Nel passato erano testimonianza, anche quelli più pepati, della vita di una comunità che si riconosceva come tale anche nel soprannome collettivo che ne evidenziava un carattere e nella caratterizzazione, mai maligna, di quelli individuali. Questo senso è andato perduto insieme al piacere di tramandare di generazione in generazione il termine connotativo di una famiglia. L’apertura al mondo, veicolata dai media, ha prodotto il contraccolpo della solitudine e della condivisione virtuale. Tutto scorre, niente rimane fisso più di qualche settimana. Così i soprannomi che i giovani inventano durano lo spazio di una trasmissione televisva o di una canzone.

Che senso ha oggi recuperare i soprannomi?
Non ha senso se l’operazione è solo un’arida ricerca d’archivio È diverso se il riproporre il patrimonio dialettale anche attraverso i soprannomi rinforza il senso di appartenenza e valorizza la cultura d’origine. Insomma se il tutto finisce col far parte di un’azione culturale che aiuta a ripercorrere il cammino della nostra storia attraverso le persone, anche attraverso i loro soprannomi che fanno parte della piccola storia di ognuno. Sono le piccole storie che compongono quella grande e ci fanno capire da dove veniamo e, qualche volta, dove vogliamo arrivare.

Commenta la notizia!