Simu salentiniIn canzoni film e libri parole piene di incontri

Casarano. Forse non sarà mai la California d’Italia come qualcuno negli anni scorsi tentava di dimostrare? Forse sì, ma che importanza ha? Il Salento è il Salento, che sia più o meno “d’amare”, questo lembo antichissimo proiettato verso Est è nell’immaginario collettivo la terra dei sogni.

Terra facile da riconoscere, considerata la sua posizione geografica, ma anche terra in cui riconoscersi facilmente, disponibile come è stata, ed è tuttora, ad accogliere. Negli ultimi anni sono sempre di più quelli che si ri-conoscono nella terra salentina, i suoi abitanti che si riappropriano delle tradizioni, gli stranieri che l’hanno scelta come terra di elezione, il sempre crescente numero di intellettuali di ogni nazionalità che la considerano il buen retiro.

Ha avuto buon gioco negli anni scorsi la posizione geograficamente decentrata di questa terra che ha funzionato come la siepe di leopardiana memoria. L’ostacolo che fa guardare al di là per cogliere quello che c’è di infinito oltre il muro. Sicché solo ad un’analisi superficiale si può parlare di un Salento provinciale.

Il provincialismo come condizione mentale non ha mai interessato questa terra. Hanno volato alto storici, poeti, scrittori, ma anche la gente comune in una quotidianità che si è nutrita di una linfa inesauribile, una cultura dalle radici profonde, capace di rinnovarsi. Non si sono lasciati incantare i salentini dalle lusinghe di un modernismo omologante che propone modelli da seguire uguali per tutti e per tutte le stagioni.

Salentini disincantati perché l’incanto è già qui. È nei miti, tradizioni, feste, nelle campagne e nei vicoli. È in quella lingua, il dialetto, a volte dura e pungente, di cui un tempo ci si vergognava e che ora fieramente è diventato il segno identitario e di riconoscimento.

Lo cantano il Sud Soun System “Se me senti parlare dialetto/ se capisce de dhu ete ca egnu/. Su lu terrone de lu Salentu/ intra stu stile me rappresentu/ Me portu cu mie tanti anni de storia/ na tradizione ca dura de tantu” (“Segnu di riconoscimentu”, 2010).

È ancora il dialetto il veicolo più genuino della tradizione culturale che attinge a piene mani nella lingua latina ma che porta tracce evidenti di quanti hanno sostato su questa terra.Tutto è racchiuso in questa lingua che ritorna nelle canzoni, nei racconti, nei proverbi che sono un patrimonio vivo, non d’archivio, da scambiare perché quella salentina è una cultura “aperta” che si è contaminata e confrontata con quella di tanti “Altri” traendone linfa vitale.

Lo aveva capito quasi quaranta anni fa il gallipolino Eugenio Barba quando con il suo “Odin Theatre” propose il “baratto”: la sua esperienza e quella dei suoi attori in cambio di racconti, poesie, canzoni salentine.
Il baratto ebbe buon esito: i salentini cominciarono ad essere orgogliosi della loro storia e del loro dialetto.

Foto Creative Commons dal Flickr di PaPisc

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