Racconti inediti per i lettori di “Piazzasalento”

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Sofia Schito

C’era una volta a Felline. Storie di uomini di brigranti e di amore – di Sofia Schito
Era un’anima senza Dio. A undici anni era andato a lavorare il giorno dopo la morte di sua madre. Doveva esserlo per forza. Ma allora se l’era cavata con qualche lavoretto nel giardino del curato. Doveva pur redimersi in qualche modo. Ora di anni ne aveva quasi venti e tutto si era complicato. Era ritenuto un brigante non solo per grazia di Dio ma anche per volontà della Nazione.
« Non ti senti bene? ».
Un bambino, avrà avuto dieci anni, gli si era avvicinato all’improvviso.
«Vai via! Cosa sei venuto a fare?».
«Sei pallido e stai sudando. Hai bisogno di qualcosa? ».
«Non ho bisogno di nulla!» e frugando nelle tasche in cerca di qualcosa «A quest’ora non dovresti essere in giro. Vai a casa!».
«E allora perché tu sei ancora qui?».
Salvatore ebbe un attimo di esitazione, poi rispose «Ma io sono grande».
«E i grandi non hanno paura?».
«No. I grandi non hanno paura e ora vattene» e, mentre guardava il bambino allontanarsi di corsa, pensò “Non è vero, anche i grandi hanno paura”.
Faceva caldo quella sera e il cielo era stellato. La pioggia, che per pochi istanti si era abbattuta sui muri delle case consumati dal tempo, aveva lasciato il borgo. Nell’aria un profumo intenso di terra. Salvatore si asciugava il sudore dal volto con un fazzoletto che aveva appena tirato fuori dalla tasca dei pantaloni. Quel fazzoletto portava le sue iniziali. Le aveva ricamate sua madre e ora gli sembrava quasi di sentirla quando, da bambino, gli raccomandava di portarne sempre uno con sé pulito e stirato. Per un attimo gli era addirittura parso di sentire l’odore di cenere del bucato appena fatto. Ma non era il momento di lasciarsi andare ai ricordi. E poi a che scopo? Sua madre non c’era più e il mondo in cui era vissuto da  piccolo era ormai lontano nel tempo.
Da via Santoro scrutava largo Piazza. La stretta stradina di appena due metri, dalla quale un tempo si potevano vedere i Tolomei affacciarsi dalla balaustra del castello, assisteva ora all’intenzione di mettere in atto chissà quale infamia. Salvatore era nervoso, agitato. Si sporse per vedere se passava qualcuno. Non vide nessuno. Gli uomini seduti fuori dall’osteria avevano già bevuto a sufficienza per potersi accorgere di lui. Allora con passo svelto attraversò la piazza e imboccò via Forno.
Quel fare sospetto non passò però inosservato a Vincenzo, il barbiere del paese. La sua bottega infatti si trovava proprio sotto una delle torri di guardia che davano sulla piazza. Vincenzo conosceva bene Salvatore e la sua famiglia. Luigi e Stella, i genitori di Salvatore, avevano tenuto a battesimo il suo primogenito Antonio. Dopo la loro morte, Salvatore era stato per lui come un figlio. Nel 1859 Antonio e Salvatore avevano preso parte alla leva ed erano partiti come reclute. Erano tornati in paese l’anno dopo. Antonio come facente parte della guardia nazionale, Salvatore come sbandato del disfatto esercito borbonico e da allora si diceva che fosse entrato a far parte della banda di Quintino Venneri di Alliste.
Vincenzo fece un lungo sospiro, chiuse dietro di sé la vecchia porta di legno e si diresse verso i basoli di via Galliano. Passando vicino al “Monastero” notò cinque o sei uomini, sempre gli stessi.«Salute alla compagnia!» e imboccò la strada di casa.
Intanto Salvatore era già in piazza Caduti. Lì ad attenderlo c’era Donato Coronese.
« Ma chi è questo Marino Manco? » si affrettò a chiedergli.
E Donato «È il prete di Melissano, un liberale» e, nel pronunciare quella parola, accennò un sorriso quasi beffardo. E continuando «Si dice che nella canonica abbia in bella mostra una stampa che ritrae l’incontro di quei due a Teano. È per questo che Melchiorre ha deciso di andare a fargli visita stanotte».
«Melchiorre decide, Melchiorre vuole, Melchiorre ordina. Vuoi sapere una cosa? Io mi sono stancato di eseguire gli ordini di Melchiorre. Davvero pensi che dobbiamo andare da quel prete per nobili ideali di giustizia sociale? Ancora credi alla favola della rivoluzione tradita?».
«E sentiamo, cosa vorresti fare? Abbiamo fatto la rivoluzione perché ci avevano promesso la repubblica e l’unico risultato che abbiamo ottenuto è che invece di un re ne abbiamo un altro. Le nostre condizioni sono forse migliorate? ».
Proprio in quel momento veniva da via Bolognini una ragazza dalla figura esile e dai lunghi capelli. Portava con sé una cesta di panni e doveva pesarle tanto se riusciva a malapena a camminare. Non appena Salvatore la vide, smise di ascoltare Donato e i suoi sproloqui. Sarebbe subito corso a darle una mano se non avesse visto arrivare dalla stessa strada anche la madre. La donna prese la figlia per un braccio e le ordinò di allungare il passo. A questo punto Donato «Amico, te la devi togliere dalla testa. Margherita appartiene ad un mondo troppo distante dal nostro». E mettendogli una mano sulla spalla «Vieni, andiamo via».
Verso mezzanotte Salvatore e Donato erano in largo Chiesa ad aspettare gli altri componenti della banda. I primi ad arrivare furono Giovanni Lombardo e Leopoldo Maggio. Quando la banda fu al completo, da via Pezzetti giunse un uomo robusto, di bassa statura e con due pistole alla cintola. Era Quintino Venneri, detto Melchiorre.
Melchiorre riferì ai presenti che a Melissano avrebbero trovato ad aspettarli Ippazio Gianfreda di Gallipoli, Vincenzo Barbaro di Alezio e Ippazio Ferrari di Casarano. Insieme sarebbero andati a bussare alla porta del prete.
E Donato «E se non dovesse aprirci? ».
«Gli diremo che dobbiamo consegnare un plico urgente da parte del Sottoprefetto di Gallipoli e, se non dovesse crederci, sfonderemo la porta col calcio dei fucili».
Così si incamminarono, imboccando il vicoletto della Porticella e ritornando fuori le mura. Intanto don Tommaso, il parroco del paese, aveva ascoltato tutto mentre dalla chiesa dell’Immacolata, poco distante, faceva ritorno alla chiesa Madre. Quando vide la banda andare via, alzò gli occhi al cielo e disse « Fiat voluntas tua». Era la notte del 25 giugno 1863.
La mattina dopo Salvatore era di nuovo in largo Chiesa. Sapeva che di lì a poco Margherita sarebbe passata per andare a messa. E infatti, dopo qualche minuto, la vide arrivare da via Fosso. Con lei c’era Giuditta, la sorella di due anni più giovane. Questa volta Salvatore le andò incontro e lei diventò di colpo rossa. Giuditta si affrettò a dirle sottovoce «Non ti fermare».
E Margherita «Vai avanti. Ti raggiungo tra un istante». Poi avvicinandosi a Salvatore «Ma si può sapere cosa vuoi ancora? Se mio padre ci vede ancora insieme, non mi farà più uscire di casa per il resto della mia vita».
Salvatore rimase per un attimo in silenzio. Margherita non gli era mai parsa così bella come quella mattina. Poi fissandola negli occhi «E allora sposiamoci!».
«Ma sei impazzito?».
«Non abbiamo bisogno del consenso di nessuno e don Tommaso sarà lieto di celebrare il nostro matrimonio».
Margherita, poiché non sapeva mentire, abbassò lo sguardo e disse «Vattene, non voglio più avere niente a che fare con te». Detto questo si allontanò rapidamente ed entrò in chiesa. Una volta dentro, si coprì il capo e andò a sedersi accanto a Giuditta, proprio sotto l’aquila di marmo che sorregge il pulpito.
Don Tommaso aveva intanto dato inizio ad una delle sue ormai solite omelie «Fratelli carissimi, gli ufficiali del re mi accusano di non voler amministrare i sacramenti a chi acquista i beni della chiesa. Ma come posso amministrare i sacramenti ai nemici del popolo? Con i beni confiscati, chi provvederà ai più poveri?». Più andava avanti e più sembrava voler inneggiare ad una nuova crociata.
Intanto Salvatore era giunto in prossimità del negozio di Vincenzo quando, poco prima di girare l’angolo, riconobbe la voce di Antonio e si trattenne dal farlo. Antonio era fuori con il padre e gli stava raccontando che quella notte alcuni fanatici erano andati a derubare don Marino Manco a Melissano e che in piazza avevano anche distrutto gli stemmi dei Savoia. Salvatore decise di non farsi vedere e, mentre si dirigeva verso largo Santa Lucia, vide il bambino con cui aveva parlato qualche sera prima di andare nella direzione opposta. I due si guardarono, ma non si dissero nulla. Ognuno era diretto per la propria strada.
Trascorreva una delle estati più calde che si ricordassero. Il 27 luglio Quintino Venneri stava pranzando con alcuni dei suoi nella masseria di Vitantonio Micaletto, in località Ninfeo. All’improvviso si udì bussare forte alla porta. Melchiorre fece cenno a Salvatore di andare ad aprire. Salvatore imbracciò il fucile e, dopo essersi accertato che non fosse la guardia nazionale, aprì la porta. Entrò una donna, tutta trafelata. Nel vederla, Melchiorre si alzò subito da tavola e le corse incontro dicendo «Madre, cosa vi è successo?».
E la donna «Hanno arrestato Giuseppe! ».
«Giuseppe? Ma cosa state dicendo?».
«Tre giorni fa sono venuti i carabinieri e hanno perquisito tutta la casa. Hanno trovato la borsa con le monete. Tuo fratello ha spiegato che quelli erano i soldi della vendita dell’orzo, dell’avena e della paglia, ma quando gli hanno chiesto quante fossero, non ha saputo rispondere». La donna si gettò tra le braccia del figlio quasi implorandolo «Quintino devi fare qualcosa, tuo fratello è innocente».
«Non vi preoccupate, madre. Ora andate. Penserò io a sistemare le cose».
Verso le due del pomeriggio alcuni testimoni videro sette uomini dirigersi, svelti e minacciosi, verso la casa di don Marino. Gli stessi testimoni che poco dopo udirono chiaramente «Cortese, spara!». La porta della canonica si spalancò ed uscì un giovane in lacrime. Era Salvatore. Dopo qualche secondo risuonò per la campagna l’esplosione di due colpi di arma da fuoco. Tanti ricordi si accavallarono all’improvviso nella sua mente. Correva e pensava a suo padre che la sera tornava a casa con la schiena a pezzi, ma contento perché il buon Dio gli aveva concesso un altro giorno di lavoro onesto. Correva e pensava a sua madre dedita al marito, a lui, alla casa. Correva e pensava a Margherita che ogni volta che arrossiva gli apriva il cuore. Corse per tutto il pomeriggio. La sera Donato lo trovò sulla collina della Madonna dell’Alto. Sapeva che l’avrebbe trovato lì. È in quella chiesetta che si nascondeva da bambino quando ne combinava una delle sue. Ma questa volta era rimasto fuori, seduto sotto un albero. Forse, in quel vortice di ricordi, avrà pensato anche a quando sua madre gli diceva di non mettere le mani nell’acquasantiera se erano sporche.
Donato gli si avvicinò e si sedette accanto, ma non disse niente. Dopo un po’ fu Salvatore a rompere quel silenzio « Io non voglio che i miei figli siano figli di un ladro e di un assassino». Detto questo si alzò e se ne andò.
Giunto in paese andò a sedersi nei pressi della cisterna in largo Piazza, proprio di fronte al negozio di Vincenzo. Il caldo era più sopportabile e il vento sembrava cambiato. Tutto ad un tratto gli passò davanti, con in mano un mazzo di fiori, il bambino che aveva incontrato spesso nell’ultimo periodo.
«Per chi sono quei fiori?»  gli chiese.
Il bambino questa volta non si era accorto di lui, ma gli rispose prontamente «Per la Madonnina. Sono stato in campagna tutto il pomeriggio a raccogliere quelli più belli. Ora vado a portarglieli».
«Puoi darmi una di quelle margherite?».
«Certo, tieni».
E mentre il bambino si allontanava, Salvatore «Lavati le mani prima di entrare in chiesa ».
«Ormai sono grande, non mi sporco più le mani».
Salvatore, all’udire quelle parole, sorrise. Stava per rialzarsi e tornare a casa quando si accorse che al bambino era caduto un fazzoletto. Lo raccolse. Vi erano ricamate due iniziali, S. C.

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