Questa lingua sa pure essere alta

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Simu Salentini. C’è italiano e italiano, c’è dialetto e dialetto. Come nelle espressioni in lingua italiana si distinguono vari livelli in relazione alla cultura, ai contesti, ai poli di riferimento, all’oggetto stesso, così anche nel dialetto.

Sicché una cosa è il dialetto  che caratterizza le espressioni spontanee, immediate e popolari che fanno parte del folklore, un’altra è quello elevato a lingua riflessa, artistica, non subalterno all’italiano e che trova spazio nelle antologia a carattere nazionale.

Certamente il percorso è stato lungo. Tullio De Mauro, grande studioso della lingua e per un breve periodo Ministro della pubblica istruzione, scrive che nel 1861 solo il 2,50% della popolazione parlava “il latino di Firenze” che si diffonde pian piano e diventa lingua unitaria, processo sostenuto sia dalla scolarità diffusa e, a metà del secolo scorso, dal prepotente ingresso del televisore in ogni casa.

Ci troviamo, quindi, di fronte a quello che viene definito il nazionalismo glottologico, un’unica lingua da nord a sud. Negli anni Settanta la nascita delle Regioni fa riscoprire l’importanza e il valore del “locale”, storia, tradizioni, lingua cioè il dialetto che comincia ad essere considerato in modo autonomo, non subalterno all’italiano. La considerazione di cui in quegli anni godeva il dialetto veniva ritenuto un esercizio di democrazia linguistica.

Bisogna dire che precedentemente al dialetto pugliese non era stata riconosciuta alcuna dignità. Non lo aveva fatto né il Croce, né più tardi Pasolini, nonostante la “garanzia” del padre comune Dante che ne avava parlato nel suo “De vulgari eloquentia”, il trattato sulle lingue  che nascevano dalle ceneri dalla comune lingua latina.

Il dialetto come espressione letteraria  si fa risalire al Settecento  con il “Viaggio de Leuche” di Geronimo Marciano di Salice Salentino   e il “Contrasto sceneggiato gallipolino” databile al 1794. Non ci sono echi in questa produzione del fermento di idee che si stavano affermando e che rinnovavano dall’interno l’intera Europa.  I Lumi sono ancora lontani. La produzione dialettale salentina è di maniera, accademica, nata per lo più in ambienti clericali. Si tratta di poesia prevalentemente d’occasione, in occasione di un viaggio, di un matrimonio, di un’elezione ecc.

Nell’Ottocento la produzione dialettale si sviluppa intorno a centri culturalmente più avanzati: area di Lecce, Maglie e, Gallipoli, Il traghettatore della tradizione tra Settecento e Ottocento è Francesco Antonio D’amelio  la cui produzione è  conosciuta e molto citata, fattore che segna la vittoria sulla poesia di cui non si sono conservati i nomi degli autori.

Bisogna aspettare la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo per trovare la piena consapevolezza della valenza letteraria della poesia  dialettale, produzione autonoma libera ormai dai canoni consueti del comico, del bozzettistico, del caratteristico a cui era legato il dialetto.  Lingua italiana e dialetto hanno ora pari dignità.Di questi anni resta l’esperienza breve di Gaetano Romano, giovane poeta di Casarano (1883-1902) che scive “Canti a vint’anni” e più avanti la triade ampiamentte riconosciuta  Gatti, De Donno e Caputo.

È con questi tre poeti che il dialetto si svincola  dalla subordinazione dall’italiano. Con la produzione di queste “tre corone” si continuano a misurare i poeti, anche giovani, che trovano nel dialetto la lingua ottimale di espressione.

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