Quell’arte di tenere insieme le nostre culture

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L'editoriale di Fernando D'Aprile“Ancora lariò-lariò-lallero?! No! Basta!” Quelli del “non ne posso più” non hanno mancato di innalzare lamenti anche quest’anno contro la pizzica, la Notte della Taranta e i suoi derivati. Sono tutti indigeni e già dimentichi della grande operazione di riscatto culturale intorno a canzoni e musiche delle classi sociali che stavano e stanno sotto. La cancellerebbero la pizzica, per metterci altro, come se quel ritmo e quelle rime popolari non potessero qui coabitare con il pop dei Toromeccanica, il rock anglosalentino del Camden Trio, il cantastorie Mino De Santis, pur essendoci spazio per tutti i connotati di questa terra. Non si può; non si sa perchè, ma non si può. Come dire aboliamo le insalate di mare, meglio melanzane e zucchine grigliate o meglio una piscina in agriturismo piuttosto che bagni di mare, una trattoria ruspante invece di un ristorante ricercato. O, come si dice a Gallipoli e dintorni, chiudiamo ai  giovani turisti: qui solo famiglie ed élites danarose.

Ma perché le cose tipiche per cui qualcuno si è impegnato, ha studiato, creato, investito, riscoperto, cose lecite, che trovano il gradimento di tante persone, non possono essere organizzate per coesistere? Perché – per incapacità a far rispettare le regole magari copiando buone pratiche altrui – si deve scartare una fetta così importante del movimento vacanziero? Già, le regole. Che poi varrebbero anche per noi… ed è forse qui che casca l’asino. Vero,  Carlo? (pag. 31)

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