Nc'era na fiata e nc'è

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“Lu cuntu nu fòe cchiui, mo’ cuntatende n’addu ui!” Così un tempo finivano i racconti. Come non ricordare allora “li cunti te na fiata”: quello de “la pecura zoppa” oppure de “la cummare catta” o quello de “Li tutici misi de l’annu” dove con la formula “mazza mea fanne c’hai fare”, come per magia una donna cattiva viene  bastonata perché ha un comportamento prepotente con i dodici mesi dell’anno? È stato proprio per rinnovare il patrimonio culturale dei racconti popolari gallipolini che l’associazione “Città Nuova” di Gallipoli ha pensato di coinvolgere alcuni poeti locali e ha raccolto in un opuscoletto una serie di racconti inediti, scritti in vernacolo. Si materializzano, allora, grazie alle penne fantasiose e sagaci degli autori, tanti personaggi reali o immaginari. A far da sfondo quasi sempre il mare. Con le sue attività, i suoi affanni, le sue gioie e le sue paure.

Gigino Barba con “Natale…rreutatu 2012”, con amarezza, ironizza, ma non tanto, sul fatto che anche sul presepio, quest’anno potrebbero far pagare l’Imu, ma per fortuna, è solo un sogno. Lu Ngiorgi Fricula diventa il protagonista fantastico nel racconto di Uccio Piro con “Ci la cunti nu te critene”, mentre Gino Schirosi con Miminu nel racconto rievocativo “Sia ca foe ieri” ricorda, tra l’altro, la “bundanza te Santu Martinu” in una pesca miracolosa di tonni.

Con il racconto “Li primi nziddhi te la salamastra a ‘nfacce”, impreziosito di termini tecnici della barca, Stefano Spinola  rammenta il suo primo giorno di pesca. Ma  “cusì ha ulutu la sorte” fino a diventare ufficiale dell’esercito. Altro aneddoto familiare quello di Vincenzo Mele col ricordo del naufragio, con tragedia sfiorata, capitato a suo nonno Cianu Padovano, “Nu fattu successu a llu Novecento”. Carmelo Scorrano col suo racconto rievoca le vicende storiche del condottiero veneziano Giacomo Marcello in lotta con Bertu (Roberto detto il Diavolo” e che ha come personaggio principale Minucu “ca era nu cristianu fiaccu”.

L’avventura di Pici, Ntoni e Marcu in lotta con un delfino per catturarlo nel racconto “Le scarde te lu truffinu” di Tonino Solida. Fantasticherie di un tempo con la storia de “Lu moniceddu e l’acchiatura” nel lavoro “Mò be cuntu nu cuntu” di Vincenzo Leopardi. Ad angosciare “lu zì Saveriu” è il fantasma “de lu Tafuri” come ricorda Giusepe Piro in  “Era nu…mbriacu”.

La rena nella mano di un uomo che man mano corre via, seduto sulla spiaggia della Purità, è una metafora perfetta della vita. Nell’ispirazione di Francesco Ripa nel racconto “Quandu te vagnone…(te ‘nnmuravi). La storia di Ttina, morta giovane per un male incurabile nel racconto di un pescatore, viene raccontata da Nadia Marra, in “Ricordi te nu piscatore”. Li “sciochi te na fiata” e le “cumete” (aquiloni) “te lu Bellisariu” nel ricordo di Totò Bentivoglio esposti in “Sciochi e fattarieddhi…rescurdati”. Un tuffo nel passato lo compie Giorgio Tricarico “te quandu jeu era vagnone e lu papà meu, ‘mbece, era ommu” nei sui ricordi di “E jeu… spattava”.

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