Militari, non carnefici. Medaglia d’Onore ai soldati neretini internati nei lager nazisti

Nardò. Antonio Bianco, Giovanni Carafa, Arturo Carrozza, Giuseppe Cucci, Mario De Pascalis, Antonio Pagliula: sei i neretini, oggi scomparsi, insigniti dal Presidente della Repubblica della Medaglia d’Onore dopo essere stati internati o deportati nei lager nazisti durante la seconda guerra mondiale. A loro va aggiunto Raffaele Parente, nato a Veglie nel 1921 ma che ha vissuto a Nardò, in località Boncore. Proprio a quest’ultimo, nel corso di una manifestazione tenutasi il 27 gennaio scorso al Museo Storico di Lecce per la Giornata della Memoria, alla presenza del sindaco di Nardò Marcello Risi e del prefetto Giuliana Perrotta è stata dedicata la Medaglia d’Onore della Presidenza della Repubblica. A ricevere l’onorificenza è stato il figlio Antonio, che ha raccontato la tragica esperienza del padre: catturato in Grecia dai nazisti il 9 settembre ’45 e deportato nel campo di concentramento di Falkenau. Passano dunque anche da Nardò le vicende di un milione di soldati italiani finiti nei campi di prigionia tedeschi e invitati, durante l’internamento, ad arruolarsi nelle forze armate tedesche e in quelle della Repubblica sociale italiana in cambio della liberazione. La stragrande maggioranza di loro si rifiutò.

Nonostante sia passato oltre mezzo secolo, il ricordo dei familiari è ancora vivo. È il caso di Giancarlo De Pascalis, figlio di Mario. “Nel 1942 – racconta – mio padre, diciottenne, si arruolò volontario nell’Arma dei Carabinieri. Nell’ottobre 1943 a Roma, ad un mese dall’armistizio e la fuga del Re da Roma, mio padre nel sonno fu catturato dai tedeschi durante un rastrellamento. I carabinieri, a causa della fedeltà al Re, furono particolarmente perseguitati dalle Ss. Fu internato a Moosburg, nei pressi di Monaco di Baviera, in un lager sorto nel 1939 per 10mila prigionieri ma che durante la guerra arrivò a contenerne 80mila. Rientrò in Italia nel luglio 1945, forse dopo essere fuggito dal campo o liberato dagli americani”.

Un dolore, ricorda lo stesso Giancarlo, che oggi non può essere taciuto: «In famiglia conoscevamo pochissimi aspetti di quella terribile vicenda. Non insistevamo nel saperne di più. Rispettavamo quel silenzio, probabilmente dovuto a ferite interiori, spesso più dolorose di quelle esterne. E forse proprio perché ora non c’è più – conclude commosso Giancarlo De Pascalis- è doveroso ripercorrere quei momenti, che sembrano lontanissimi ma che furono il segnale di una rinascita civile e sociale».

Un altro figliolo di internato, l’ingnenere Pantaleo Pagliula, ha scritto una lettera al Sindaco Risi in occasione delle manifestazioni per la “Giornata della Memoria”. «Perchè non allargare le iniziative agli altri perseguitati dal nazifascismo, inclusi gli internati militari italiani fatti prigionieri dopo l’8 Settembre perchè non vollero collaborare con quei regimi? La legge sul Giorno della Memoria (n. 211 del 2000) lo prevede chiaramente».

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