Matrimoni: pronti a pagare anche 400 € per potersi scegliere il luogo

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La chiesa di Maria Santissima Immacolata a Parabita

Parabita. Nelle (buone) intenzioni della Diocesi, tutto doveva ruotare intorno al matrimonio, inteso come sacramento, ed al suo valore cristiano e spirituale. Ciò  di cui si parla è, invece, solo del business che ci gravita intorno. Soldi e chiesa, dunque. Binomio scomodo e provocatorio.

Il decreto, si dice, penalizzerà soprattutto le piccole chiese e le confraternite che vivono anche di questi proventi. Perché, nonostante la norma imponga di non chiedere offerte superiori ai 100 euro, in realtà gli sposi sono disposti a sborsare molto di più per  poter scegliere la location del loro “si”. Si arriva anche a 300 o 400 euro per disporre del servizio completo.

Il tappeto buono, l’orario più comodo, la data esclusiva, la musica a piacimento, un occhio transigente sul lancio del riso, la possibilità di fermarsi più a lungo per le foto di rito.

Figlie di un dio minore, in questo senso, sembrerebbero le altre chiese sfavorite dal provvedimento, di cui nessuno, o quasi, parla.

La chiesa dell’Immacolata, meravigliosa bomboniera cinquecentesca dell’arte parabitana, che conserva inalterato il suo fascino nonostante lo stato di abbandono.

La chiesa del Santissimo Crocifisso, meglio conosciuta come chiesa di San Pasquale, la cui facciata esterna è stata restaurata appena tre anni fa. Ma anche la chiesa delle Anime, recentemente rivalutata dagli stessi sposi che ne hanno privilegiato l’intimità e il raccoglimento. Non solo Santuario, dunque. E anche se l’immaginario collettivo ne vorrebbe fare un caso a parte, per la legge canonica così non è.

E’ stato lo stesso rettore, padre Clemente Angiolillo, a ricordarlo ai fedeli. L’ordine dei frati predicatori di San Domenico è custode della basilica mariana sin dal 1955, ma il tempio da essi amministrato non gode di alcuna autonomia rispetto alla diocesi in cui è inserito.

Nessuna eccezione e nessun complotto, dunque. Tanto più che gli stessi proventi dei matrimoni fin’ora celebrati erano comunque proprietà delle casse diocesane, adoperati per l’amministrazione della stessa basilica e non per il sostentamento della comunità domenicana, che gode di sussidi a parte.

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