La bussola del dialetto

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Simu salentini. Quest’anno dove vai in vacanza? O dove vorresti andare? La risposta è nelle schiere di turisti nelle piazze, davanti alle facciate barocche delle chiese, nelle stradine dei paesi, sulle spiagge assolate, nei locali alla moda della movida salentina, nelle sagre, storiche o taroccate, che animano le serate estive.

Questo boom turistico non è stato improvviso, né opera di una bacchetta magica, ma frutto sapiente di sinergie e strategie comuni che hanno interessato nel corso degli ultimi decenni istituzioni pubbliche e private, ma anche i salentini che da questa terra si sono fatti ri-conoscere come salentini per il mondo.

E ora il Salento è una terra in cui riconoscersi, non solo per i suoi abitanti che si riappropriano con orgoglio finalmente delle tradizioni, ma anche per quelli che l’hanno scelta come terra di elezione, un buon posto per starci.

Con le tradizioni i salentini si sono fieramente riappropriati del loro dialetto che oggi è diventato un segno identitario e di riconoscimento. Ci si vergognava un tempo perché era ritenuto patrimonio delle classi non acculturate, che non avevano avuto accesso alla scuola. Tanti sono stati i poeti che hanno scritto in dialetto ma va dato atto ai Sud Sound System che ne hanno diffuso la consapevolezza espressiva a largo raggio. Prima ancora c’era la canzone leccese con Schipa e Gino Ingrosso. “Se me senti parlare dialetto se capisce de dù ete ca egnu Su lu terrone de lu Salentu intra stu stile me rappresentu Me portu cu mie tanti anni de storia na tradizione ca dura de tantu” (SSS, Segnu di riconoscimentu, 2010).

È stato ed è il dialetto il veicolo più genuino della tradizione culturale che attinge a piene mani nella lingua latina ma che porta tracce evidenti di quanti hanno sostato su questa terra, contaminando tradizioni antichissime. Tutto è racchiuso in questa lingua che ritorna nelle canzoni, nei racconti, nei proverbi, nelle poesie che cominciano a diventare non patrimonio d’archivio, ma vivo.
Per questo ne parliamo.

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