«Due lingue è meglio»

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Eugenio Barba a Lecce

Simu Salentini. L’attenzione al dialetto e alle tradizioni salentine, da alcuni numeri su queste pagine, si è ‘intersecata’ con l’arrivo nel Salento di uno dei figli ‘nobili’, Eugenio Barba, a Lecce per l’esclusiva meridionale de ‘La Vita Cronica’, nuova produzione dell’Odin Teatret, dedicata alle figure di Anna Politkovskaya e Natalia Estemirova, scrittrici russe, uccise per essersi opposte alle aberrazioni del conflitto ceceno. Il Maestro si è soffermato sul valore affettivo e relazionale della tradizione parlata espressa da un territorio, ricordando alcuni momenti della sua infanzia gallipolina.

L’esperienza del ‘baratto’ sarebbe possibile e rinnovabile al giorno d’oggi ?

«Il baratto, ossia la scambio in natura (in questo caso in prodotti culturali), avviene ancora oggi fra l’Odin Teatret e diverse situazioni, come ad esempio, nelle campagne, nelle prigioni, nelle case per anziani, negli asili, nei quartieri delle città di molte parti del mondo. Non vi è nulla in contrario a incontrare le persone appartenenti ad associazioni motivate a creare nuovi processi di rivitalizzazione dei legami che uniscono una comunità. Questo è quanto mette in essere l’Odin».

Cosa pensa dell’evoluzione del dialetto, alla luce dei cambiamenti  linguistici nei modelli giovanili: fenomeni di moda e costume o ritrovato senso di appartenenza? Può, a suo parere, esserci un ritorno al dialetto inteso come lingua “te lu tata”, oppure ci si vergogna ancora?

«Io abito in Danimarca da 45 anni, in una regione dove si parla diffusamente il dialetto, il quale viene preso in giro dagli abitanti della capitale. Personalmente sono cresciuto in una Gallipoli, dove i miei compagni di scuola parlavano dialetto. Mia madre non voleva che lo parlassi, e si ostinava a farmi esprimere in italiano.

In realtà oggi una buona parte delle persone sono bilingue, ossia comunicano correttamente sia nel dialetto che in italiano, spesso influenzato dai modelli linguistici televisivi. Non ha importanza stabilire per quali motivi ciò avvenga: essenziale è  mantenere vivo il legame con il passato e le relazioni inerenti questa dinamica. La lingua sottolinea l’affettività, il lato emotivo, della comunicazione tra una persona con l’altra.

Quando io vengo qui in Salento e abito a Carpignano, noto che le persone parlano fra di loro il dialetto, e quando io intervengo le stesse interagiscono con me in italiano. È buffo osservare come questa gente abbia la capacità di parlare una lingua ‘straniera’, quasi come fosse una ‘reverenza’ nei miei riguardi».

Come mai, il salentino, a differenza di altri dialetti che hanno assurto una ‘dignità letteraria’ non ha avuto altrettanto sviluppo e fortuna? Cosa si può fare  per diffondere la produzione in vernacolo?

«Tutto può dipendere, a mio avviso, da alcune circostanze che sono mancate, in primis il fatto di non aver avuto dei grandi poeti. Penso, ad esempio, ai grandi poeti romagnoli come Tonino Guerra. Se noi avessimo avuto in Salento figure autorevoli nel campo della scrittura, della drammaturgia e della poesia, anche il salentino sarebbe diventato più riconosciuto.  Probabilmente, le opere fin qui realizzate, non hanno quella forza, quell’irruenza artistica, che possa attribuire a questi lavori una ‘valenza nazionale’».

Francesco Spadafora

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