«I ciucci veri di Gallipoli»

Simu salentini. “È interessante fare cultura. La stessa, però, soffre se manca la buona politica. La politica è figlia della storia e questa della politica, entrambe però discendono direttamente dalla cultura. A tal fine si studia la storia e si deve fare storia con gli strumenti della cultura che educhi alla politica”. Un po’ tutti dovrebbero quindi interpretare correttamente i processi storico-politici e persino economici per meglio comprendere fenomeni etno-socio-antropologici. Solo così è possibile cancellare errori,  malignità ingiuste e inesatte.

Anni fa lessi con vago interesse gli inserti su cui il Quotidiano di Lecce pubblicava i vari soprannomi degli abitanti del Salento. Oggi rileggo invece con particolare attenzione il medesimo tema riproposto da PiazzaSalento.

Va però puntualizzato che si tratta di offese calunniose tra comunità vicine, “iniuriae” dettate insieme da ostilità e da invidia, frutto comunque di becero campanilismo, di pregiudizi o preconcetti astratti, senza fondamento storico. Parlare dei gallipolini per definirli uttari o pescatori o pescivendoli o vastasi, e non invece furesi o pòppiti, significa unicamente essere rispettosi del contesto localistico, ma si esce fuori dall’alveo della storia allorquando tali termini vengano volutamente utilizzati come “epiteti”, marchio negativo d’infamia.

Mi si conceda pertanto una breve parentesi sull’infelice appellativo di “ciucci de Caddhipuli”, riferito ai 21.510 iscritti nell’anagrafe gallipolina. Con tale epiteto etnico erano e sono tuttora definiti purtroppo i Gallipolini, indubbiamente per traslato. In verità si tratta degli animali da soma (somaro) e di fatica (ciuco<giogo), miti e tranquilli (a-sinos), che facevano spola da Casarano a Gallipoli e viceversa, impiegati a tirare carri con botti d’olio convogliato dall’hinterland.

Bisognava però affrettarsi sino al tramonto, perché il traffico non poteva conoscere sosta né dare tregua al lavoro incessante dei portuali, soprattutto per ovvie esigenze di mercato. Per necessità doveva essere parimenti sollecito l’impegno dei contadini del territorio casaranese che scorgendo lontano sulla discesa di Matino i carri di ritorno, si apprestavano a loro volta al successivo carico passandosi la voce gridando con frenesia: “Sta’ rrìvene li ciucci de Caddhipuli!!!”. E li ciucci erano esclusivamente gli asini-somari-ciuchi, che la stessa letteratura ha celebrato e decantato da sempre… Se poi i gallipolini sono stati parimenti degli onesti e laboriosi, la verità storica ne è testimone, non tanto la favola dell’epiteto aspramente “affettuoso” e velatamente infamante. Fuor di celia, dunque, la storia è anche questione di cultura. Un affare serio, molto serio!

Ringraziamo il prof. Schirosi per l’intervento sull’agnome degli abitanti di Gallipoli. Con “Simu salentini”, però,  non intendevamo scomodare la storia con la S maiuscola ma, sorridendo, raccontare l’origine (in tutti i casi  supposta) dei soprannomi collettivi o individuali. Senza alcuna intenzione di ferire qualcuno. D’altronte il prof. saprà che quando si tocca la storia possiamo passare dalla “historia magistra vitae”, maestra di vita, alla storia “maestra di niente”.

Prof. Luigi Schirosi

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