Gioco d’azzardo, giro d’affari da capogiro

In Evidenza.inddL’arco jonico, insieme al capoluogo, al Nord leccese e ad alcuni centri della fascia adriatica (Poggiardo, Muro leccese, Diso, Melpignano), sono le principali aree in cui si registrano le maggiori presenze di giocatori, strettamente collegato al numero di centri in cui scomettere, puntare, tirare la leva per far girare le figurine e sperare in una combinazione vincente.
Più in particolare sullo Jonio alimentano questa industria  (che a livello nazionale ha 120mila addetti)  Nardò, Gallipoli, Taviano, oltre a Porto Cesareo, Gli apparecchi attraverso cui accedere alla caccia alla fortuna sono ben 489 a Lecce, 169 a Nardò, 123 a Gallipoli e 133 a Galatina. Si tratta di dati del Report di ricerca sul gioco d’azzardo prodotto dalla Provincia di Lecce, assessorato delle Politiche sociali diretto da Filomena D’Antini Solero e datato 2013. Se si considera che il volume nazionale delle giocate è schizzato dai 61 miliardi del 2011 ai circa 100 dell’anno scorso, si capisce che le cifre sopra riportate sono sbagliate per difetto.
La stessa Provincia avverte che “l’indagine non tiene conto del fenomeno del gioco d’azzardo legale on line, anche questo in costante ascesa”. Il Report costituisce il punto d’arrivo di un lavoro durato due anni e che ha coinvolto Sert (centri contro le tossicodipendenze), Servizi sociali pubblici e privati, ed è uno dei pochi studi ufficiali sul settore, mosso anche dall’interesse verso il contrasto delle patologie possibili.
Per il resto è difficile trovare dati ufficiali. Racconta Giorgio Colopi, psicoterapeuta di Galatone, studioso del gioco d’azzardo: «Dal 2013 l’Amministrazione autonoma monopoli di Stato (Aams) non rende più noti i dati regionali; quelli provinciali non sono mai stati resi noti. Un funzionario dell’Aams disse che era per “evitare facili strumentalizzazioni”».
Per la verità, tutti i governi – da Prodi a D’Alema, da Berlusconi, poi ancora a Prodi, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi – hanno aumentato le occasioni per giocare fino a renderle a portata di mano, anche stando a casa. Non c’è dunque nessuno in grado di alzare il dito accusatorio, anche perché questa industria è ormai la terza a livello nazionale, dopo Eni e Fiat. Ed è una buona fonte di incassi per l’Erario che però, a differenza dell’ammontare crescente di denari, non ci guadagna in proporzione. Sottolinea il dottor Colopi: «Se è vero che in termini assoluti il gioco rende somme sempre maggiori allo Stato (5.400 milioni nel 2001, 8.400 nel 2012), è assolutamente falso se si guarda alle percentuali nello stesso arco di tempo (dal 27,75 si è passati al 9,50 attuale)».

Hanno collaborato Roberta Rahinò e Alessio Giaffreda

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