Una vita di ricerche tra peccati pubblici e pentimenti privati

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Giò, diventata donna, frequenta politici (qui con Andreotti) e artisti a Roma.

Sannicola. Il 26 luglio scorso si è spenta Giò Stajano colei che nacque due volte, come ha scritto nel suo libro “La mia vita scandalosa”.

La prima parte della sua esistenza turbolenta si intrecciò con la migliore storia nazionale: il periodo post bellico, la ricostruzione, il boom economico, la dolce vita in via Veneto culminata con la sua partecipazione, non solo come comparsa, all’omonimo famosissimo film di Federico Fellini.

La parabola esistenziale di Maria Gioacchina Stajano Starace, contessa Briganti di Panico in arte Giò Stajano ha dell’incredibile: nipote di Achille Starace, già segretario del partito nazionale fascista ed inventore dello stile delle camice nere, dopo la guerra si stabilì a Roma dove fu l’ispiratore ed esponente indiscusso della dolce vita.

Giò Stajano fu il simbolo di quel modo di vivere, “l’esistenzialismo” fu un modo di essere che si concretizzava nel vestirsi con i maglioni neri dal collo alto (Giò ne fu l’antesignano) e nei modi di dire e di fare sempre fuori dalle righe anche grazie alla risonanza prestata da una stampa compiacente.

Pittore di talento, (Fellini che di arte se ne intendeva, nel 1976 acquisterà una sua tela intitolata “Le parche”), fu anche un quotato giornalista di costume.

Nel 1959 pubblicò “Roma capovolta” nel quale ebbe il coraggio di confessare, primo ed unico, non solo la propria omosessualità ma anche i vizi privati degli ambienti della ipocrita Roma bene, sempre molto attenti alle apparenze.

Il libro fu sequestrato e addirittura bruciato in piazza con una tale furia iconoclasta degna dei migliori anni dell’inquisizione. Ciò non gli impedì comunque, di avere scambi culturali con personalità del calibro di Moravia, Pasolini e lo stesso Fellini.

Il 1982 fu l’anno della svolta. A Casablanca il bisturi del professore Bourou decretò la fine del suo corpo maschile e la nascita della seconda vita di Giò. Divenne così, anche anagraficamente, donna, una donna corteggiata con la galanteria dovuta ad una nobile signora.

L’ultima parte della sua vita è stata la più tormentata vissuta tra le ristrettezze economiche e la scoperta della fede l’ha portata ad entrare nell’opera “Amiche dell’Opera dell’Amore Infinito” grazie all’impegno del parroco di Sannicola e a monsignore Bettazzi vescovo di Ivrea.

Nella prefazione del suo libro del 1992 “La mia vita scandalosa” riferendosi alla propria esitenza ebbe modo di raffigurarla come quella “di una parassitaria e fatua madame Pompadour, utile per “ben pochi temo anzi per nessuno”. Se non, forse, come esempio. Da seguire, però in mancanza di esempi peggiori”. La sua fede in quel Gesù straziato in croce la rendeva libera di guardare negli occhi il mondo, il suo mondo e la sua gente che a differenza di altri l’aveva sempre accolta e rispettata.

Nel 2007 è stato pubblicato dall’editore Manni un libro intervista con Willy Vaira con un titolo che è tutto un programma: “Pubblici scandali e private virtù”, l’esatto contrario della logica odierna tanto attenta all’ostentazione della virtù pubblica e all’occultamento dei tanti vizi privati.
Il prossimo 11 dicembre Giò avrebbe compiuto 80 anni, tutti pienamente vissuti con onestà e coerenza.

Luigi Scarpa

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