Gasolio sporco, automobilisti avviano una class action per il risarcimento dei danni al motore

Gallipoli – Motori diesel che improvvisamente si spengono, mezzi di soccorso chiamati ad intervenire e ricoveri in officine di riparazione. E sempre con la stessa diagnosi: il sistema di alimentazione del motore intasato o bloccato. Centinaia, forse migliaia gli automobilisti delle province di Lecce, Brindisi e Taranto che tra Natale e i primi giorni dell’anno hanno chiesto l’intervento del meccanico lamentando incresciosi problemi alla vettura. La diagnosi – questo il dato curioso e sconcertante allo stesso tempo, è risultata essere “guasti all’alimentazione e filtri intasati”.

Sono gli stessi meccanici a certificare che il danno è stato causato dal cosiddetto “gasolio sporco” nel serbatoio. Così sono partiti i controlli della Guardia di finanza, che già in passato aveva scoperto irregolarità in una trentina di impianti di distribuzione in Puglia, sequestrando 3.900 litri di carburante. La prima replica è di Eni, la statale Ente nazionale idrocarburi: «Il gasolio spedito dalla raffineria di Taranto (foto) rispetta tutti i requisiti di qualità previsti, per cui si esclude categoricamente che le presunte anomalie possano essere imputabili alla raffineria. Sono tuttora in corso – fa sapere la società d bandiera – approfondimenti sulla catena di distribuzione a valle per accertare le cause dei disservizi subiti».

Il presidente provinciale di Federconsumatori Lecce, Antonio Moscaggiuri, dà qualche consiglio ai malcapitati automobilisti: «Innanzitutto è necessario dar prova che il danno subito sia stato causato dal cosiddetto ”gasolio sporco”. Questa certificazione può essere richiesta alla stessa officina che ha effettuato la riparazione. Altro aspetto fondamentale è provare presso quale distributore abbiamo effettuato il rifornimento di carburante. La prova può essere data, ad esempio, dalla stessa ricevuta rilasciata dal rifornitore o essere ricavata in caso di pagamento effettuato con bancomat o carta di credito». Queste dunque le “premesse” da allegare alla richiesta di rimborso, da inviare tramite raccomandata con ricevuta di ritorno a distributore e compagnia petrolifera.

Analoga reazione da parte di “Codici Puglia”, associazione che si occupa di tutela dei diritti dei cittadini e che sta avviando una “azione collettiva”, cioè una class action. Tramite l’avvocato Stefano Gallotta (foto), “Codici” fa sapere che verrà richiesto senz’altro “il rimborso delle spese di riparazione sostenute e il risarcimento di tutti i danni sofferti dagli automobilisti, rivolgendo le legittime pretese, in prima istanza, ai gestori delle pompe di benzina e alle compagnie petrolifere coinvolte, per aver illegittimamente somministrato carburante inidoneo. I consumatori, che solitamente non conservano lo scontrino dopo aver fatto rifornimento, possono comunque dimostrare di aver fatto rifornimento, ad esempio grazie alle prove testimoniali oppure attraverso l’esame dei filmati delle telecamere”. Va ricordato che in alcuni casi i costi per le riparazioni dell’automobile hanno superato i mille euro.

 

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