E per pranzo tre colpi di pistola

LA SCENA Piazza San Demetrio, davanti al bar in cui si è consumato il primo scontro

Galatone. Che sia stata la reazione spropositata ad uno sgarro o l’affermazione esplicita e cruenta del proprio potere in quella zona lo chiariranno gli inquirenti. Ma da un punto di vista del contesto culturale, dell’aria che tira, forse cambia poco. Se un 27enne – il corpulento Marco Caracciolo – va a lavare l’onta (un suo parente era stato cacciato dal bar dei suoi ex amici) e dopo una rissa finisce sparato da un suo quasi coetaneo, il 21enne Mattia Marzano, qualcosa di fondo non quadra.

Una domenica all’ora di pranzo accade questo  nel centro storico di Galatone, tra piazza San Demetrio, su cui si affaccia il bar della famiglia Marzano, e via Vittorio Emanuele II. Tre detonazioni sbattono in faccia ai galatonesi ciò che in tanti, forse troppi, non hanno voluto nè vogliono vedere. Il disagio sociale, l’illegalità tollerata, la tacita convivenza nutrita da qualche complicità anche in alto, le cronache punteggiate di spaccio di droghe, di arresti e di fili invisibili che conducono ai boss di Nardò e di Gallipoli, presentano il conto.

Un uomo, Caracciolo, finisce a terra sanguinante, con due buchi nella pancia e sotto gli occhi atterriti della moglie incinta  e dell’altra figlioletta: insieme stavano andando a pranzare da un cugino. Poi il giovane – che i carabinieri tengono d’occhio da tempo – ferma lo scooter, si toglie il casco e va verso un gruppo di persone che sta davanti al bar già chiuso. Chiede conto del comportamento al più piccolo dei Marzano, Mattia: i toni salgono, l’agitazione pure tanto che il 21enne chiede aiuto al padre per telefono. Lo sentono dire: «Papà ieni ca sta face chiazza… tocca cu le busca… porta puru lu fierru». Il padre Giuseppe, 46enne sposato con una sorella del ben noto Marco Vonghia, attualmente in carcere, accorre. Nello scontro ne ha la peggio tanto che finirà all’ospedale con fratture ed una prognosi di trenta giorni. Il figlio Mattia non molla: va a prendere il “ferro” che altro non è una pistola nascosta sotto la ruota di scorta della propria auto, insegue Caracciolo che ha abbandonato la scena e sta raggiungendo sua moglie in via Vittorio Emanuele, lo insulta e poi fa fuoco. Tre volte.

Fuggono tutti. Chi dalle finestre delle abitazioni al primo piano istintivamente va per affacciarsi si ritrae subito. C’è chi scorge Marzano senior insaguinato, accompagnato dall’altro figlio Antimo; altri sentono le grida e la rabbia della moglie del ferito, il pianto disperato della bambina davanti a tanto sangue ed al papà che sembra morto. Poi le ambulanze.

I carabinieri distano poche decine di metri, arrivano subito, sanno dove cercare. Prelevano i Marzano, li portano al Comando di Gallipoli; partono gli interrogatori mentre arrivano i presenti alla rissa, identificati man mano. Ci sono anche un paio di pregiudicati.

Cronaca successiva: lo sparatore dapprima nega, spalleggiato dal padre; finisce agli arresti domiciliari, parla e fa ritrovare la pistola con matricola cancellata. Quindi lo portano in carcere. Il capofamiglia minaccia denunce per l’aggressione (“contro di me in sette”), poi dirà che non ne farà: «Per me finisce qua, non porterò rancore».

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