«E’ lingua da museo»

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Simu Salentini. Da qualche giorno la storia del nostro dialetto si è arricchita di un’opera destinata a diventare una pietra miliare, il “Dizionario dialettale del Salento” di P. Giovan Battista Mancarella, Paola Parlangeli e Pietro Salamac, edizioni del Grifo.

Un’opera iniziata a metà degli anni Sessanta e che ha richiesto un impegno notevole dei tre storici della lingua sul solco tracciato autorevolmente dal prof. Oronzo Parlangeli il cui lavoro fu interrotto bruscamente dalla morte avvenuta  in un incidente stradale nei pressi di Roma nel 1969. Paola è la figlia che continua con passione gli studi del padre.

Abbiamo sentito il prof. Mancarella non sulle questioni di carattere storico e filologico, che pure sono interessanti (ma per un pubblico di studiosi e di tecnici), e ci siamo fermati su quello che è il tema che ormai da parecchi numeri fa da sfondo a queste due pagine di “Simu salentini”: il dialetto e l’identità salentina, la “moda” di usare una lingua che sembrava ormai archiviata e tornata di prepotenza tra i giovani, nelle canzoni, nei dialoghi quotidiani.

La diffusione del dialetto tra i giovani veicolata anche attraverso i social network ei gruppi musicali è testimonianza di un ritrovato senso di appartenenza a un territorio e a una tradizione o è solo questione di moda?

«È senz’altro una moda,  solo una moda. Più precisamente per il linguaggio dei giovani si deve parlare di gergo. Già il dialetto che parlano i genitori è solo parzialmente quello storico. Il fatto è che manca la cultura dialettale, quello cioè che sta dietro l’uso di una lingua».

Quando si è persa la cultura del dialetto?

«Con la scuola media obbligatoria e unificata nel 1962 sono quasi scomparsi i dialettofoni; poi la radio, la televisione hanno fatto il resto. Si è andati verso la lingua  comune, l’italiano».

Questo perché sono mancati nel Salento poeti e scrittori in dialetto di riferimento e popolari come è avvenuto in altre regioni come il Veneto, la Lombardia e il Lazio?

«Non esageriamo, anche da noi ci sono stati modelli importanti e popolari. Solo che la nostra società era una società agricola che si avviava a diventare cittadina: lo strumento per farlo era la lingua italiana. E così è avvenuto».

E allora che senso ha questo risveglio del dialetto che comunque viene registrato un po’ in tutti i campi e spesso viene utlizzato anche in campo commerciale?

«Ha senso raccogliere testi, poesie, teatro dialettale ma bisogna considerarlo come repertorio, un museo della lingua. Non illudiamoci, non si torna indietro. I giovani devono conoscere il dialetto e quello che c’era dietro l’uso della lingua ma non si torna indietro. Vi si accostano per curiosità, ma non saranno mai spinti a servirsi di questa lingua».

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