“Cu te cascia ‘na saietta”

fulmine foto di franco mantegani

SIMU SALENTINI – I modi di dire popolari sono esempio di quella “concinnitas” latina, di quella brevità sintetica e sentenziosa che nel tempo ha trovato tanti cultori fino agli ultimi fruitori delle max 140 battute di Twitter. In poche parole sono racchiuse esperienze, tradizioni, abitudini di vita. Le moderne tecniche di comunicazione se da un lato sembravano emarginare la scrittura, dall’altro l’hanno diffusa maggiormente con i social network, tablet,  iPod. Che il bagaglio lessicale risulti invece impoverito è un altro discorso. Se possiamo usare un’immagine che renda bene l’idea, dobbiamo dire che l’ uso della  scrittura si è diffuso in senso orizzontale a svantaggio della direzione verticale  (approfondimento e scelte linguistiche appropriate).

L’uso del dialetto aggiunge ancora qualcosa in più alla naturale sintesi dei modi di dire. Così come avviene nelle imprecazioni che ora solo alcuni anziani continuano ad usare. Un tempo erano sulla bocca di tutti, ma non si trattava propriamente di augurare il male e le disgrazie perché “Lu male ca farai, se nu tte torna osci, te torna crai” e “Male d’autri , nu ssana lu tou”. Né d’altronde ci si poteva consolare delle disgrazie comuni, della serie “mal comune, mezzo gaudio” perché molto realisticamente “Male comune, ddifriscu de fessi”.

La prima regola, quando si era oggetto di pettegolezzi o peggio di calunnie, era lasciar perdere: “Se uno te mmalanga, nu parlare, fanne ca nu llu senti, e lassalu crepare” Se uno dice male, quindi, bisogna lasciarlo perdere. Né vale bestemmiare perché “Le castime su’ comu le foje, ci le simina, poi le coje” Prima o poi, infatti, le maledizioni tornano al mittente.

L’imprecazione più comune era “Ci cu tte cascia ‘na saietta” o “nu lampu” o “nu tronu”. A volte c’era la variante “Lampu tte zzicca” e la saietta veniva rafforzata “La sajetta e lu piezzu an capu”, cioè una disgrazia sull’altra. Ma “lampu” veniva anche intercalato per indicare meraviglia, stupore e indignazione. Diffusissima, a volte senza capire la gravità di quello che si augurava, era “Cu te cascia ‘na coccia” Non si trattava certamente di una goccia d’acqua, in pratica si augurava un colpo apoplettico che in passato si credeva causato da una goccia di sangue che dal cervello arrivava al cuore.

C’è da aggiungere che a volte le imprecazioni erano precedute da espressioni  che avevano il compito di mitigare la caduta successiva della coccia o della saietta. Si diceva, per esempio“Cu pozzi stare bbonu e mmai malatu” oppure “Pozzi stare sempre sanu”, ma subito sull’apparente augurio veniva poi a cadere l’inevitabile “saietta”.

Commenta la notizia!