“Crazzie pe’ mmoi”

gruppo di persone foto carusa.it

I modi di dire non sono mai astratti, ma  sono sempre espressione di modi di vita e dei  modi di fare. A questa regola non sfuggono le forme di gentilezza in dialetto salentino improntate spesso ad un esagerato sussiego, specchio di un tempo in cui le differenze sociali erano molto marcate, e chi chiedeva  manifestava anche verbalmente sottomissione e di conseguenza esagerata riconoscenza.  Caratteri molto evidenti se paragonati  alle (non) formule di cortesia ricorrenti di oggi.

Si parte dal saluto:“Salutare è crianza, rispunnere è dduvere” e ancora “Lu salutu è dde l’angili” e “Nu salutu nnu se neca a ciuveddi” anche se c’è  qualche distinguo “Secundu le persone, se dave lu bbongiornu”. Favorite le facce toste perché “Facce de cornu, trova bbongiornu”. Una punta di malizia poi a proposito del saluto dovuto a preti e monaci “Preiti e mmonici li saluti, e nne li manni de ddu su’ vvinuti”.

Preludio ad una domanda o ad una richiesta era: “Sempre pacandu, possu fare ‘na domanda?”, ma c’è anche chi orgogliosamente, e con la borsa piena,  riteneva che   “cu llu miu pacandu, nisciunu ringrazziandu”.  Altri approcci per chiedere un favore:   ”Nu te sia pe’ cumandu”  o “nu te dispiacire” (anticipando qualcosa di poco piacevole); ancora “Pe’ l’anima te li morti” sottintendendo il possibile acquisto di indulgenze da applicare all’anima dei defunti il cui ricordo era sempre molto presente come testimonia il modo di dire  “Salute a nnui e paradisu a iddu”

Una volta ricevuto il piacere, non ci si limitava a un “Crazzie tante” a cui, comunque, ci si schermiva rispondendo “An cielu”, ma i ringraziamenti venivano accentuati da auguri vari: “Salute cu aggi”, “Bonasorta e bona fortuna”, “Ddafriscu li morti”, “Recumeterna a li morti toi”, “Salute e furtuna”, oppure mutuato dallo spirito francescano un conclusivo “Pace e bbene  cu aggi”. Singolare il “Crazzie pe’ mmoi” che faceva presagire una ricompensa, un “disobbligu” lauto che sarebbe arrivato prima o poi. Ma intanto ci si doveva accontentare di quella velata promessa implicita nel “pe’ mmoi” che forse sarebbe stato “pe’ mmai”. C’è da dire che il “Crazzie” non sempre era sufficiente: “Lu crazzie nu ddà de mangiare”, “Cu lu crazzie nu sse inchie la mattra” “Lu crazzie nnu ssazzia”.

Basta ringraziare? Non sempre: “Ci ringrazzia, esse d’obblicu” cioè non era necessario il ricambiare, ma come avviene spesso nei modi di dire popolari, viene registrato anche l’opposto“Ci ringrazzia nu esse d’obblicu” e quindi prima o poi finiva col “bussare cu lli peti” perché le mani occupate dai regali.

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