Corrado, la vita intrisa di storia: è medaglia d’onore

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Corrado Boellisi, Medaglia d’Onore per meriti di guerra

Gallipoli. «Amatissima moglie, dopo tanta attesa riesco a scriverti queste poche righe per dirti che sto bene, così come spero di tutte voi. Mando un forte abbraccio a te ed alle nostre tanto amate figlie. Vostro Corrado».

Reca la data del 20 novembre 1943 la cartolina, ormai sgualcita ma sempre piena di  calore umano, scritta dal campo di prigionia da Corrado Boellisi, 97 anni compiuti lo scorso 13 gennaio, deportato in Germania dai nazisti nella seconda guerra mondiale .

L’ex combattente è stato di recente insignito della “Medaglia d’Onore” per meriti di guerra dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Falegname dall’età di 15 anni, sposato con Gelsomina Neve, dalla quale ebbe sette figli, fu “primo aviere montatore” insieme a duecento soldati, di stanza a Taranto,  mandati a combattere a Puntisella, in  Istria.

«Arrivammo alle quattro di mattina, in un giorno del settembre 1943. L’indomani fummo fatti prigioniri dai tedeschi  e condotti a Venezia». Poi il dramma ed una scelta terribile: riacquistare la libertà ma schierati con i nazisti, oppure essere deportati: «Non me la sentiì di combattere contro i miei fratelli italiani ed allora rimasi fermo, senza fare un passo in avanti. Insieme a tanti altri soldati venni, allora, caricato sul treno per la Germania».

«Dopo cinque giorni di viaggio ammucchiati per terra  come sardine, senza poter soddisfare i nostri bisogni corporali, senza cibo e sonno, arrivammo  nel campo di concentramento – continua Boellisi, mentre le immagini scorrono nitide nella sua mente – ci spogliarono dei nostri vestiti e ci diedero degli abiti sottili come una garza. Da mangiare  solo barbabietole, che ci venivano date dopo averne estratto lo zucchero».

Bisognava farsi coraggio ed allora Corrado si rifugia nella fede: «Feci un voto a sant’Antonio: se fossi ritornato vivo a casa avrei dato il nome di Antonio ad mio un figlio».
Così fece perchè nell’autunno del 1945 riuscì a tornare  in Italia seppur dopo mille peripezie. Con i  tedeschi ogni giorno c’era una esecuzione ma dopo la prigionia ecco i russi: «Durante il viaggio per Innsbruck, per vendicarsi dell’uccisione di alcuni parenti di un loro ufficiale  da parte dei fascisti, uccisero a sangue freddo due italiani. Due colpi di pistola in testa ed   i nostri compagni caddero a terra sotto i miei occhi. In quel momento ebbi tanta paura», conclude Corrado mentre i suoi occhi, ancora oggi, si inumidiscono travolti da sensazioni e immagini indelebili.

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